Intervista ad Adriana Riccomagno

Adriana Riccomagno si presenta così: “Giornalista pubblicista, collaboro da 15 anni con il settimanale della mia città, “Gazzetta d’Alba”, con interviste e servizi su temi sanitari, sociali e culturali. Sono laureata e specializzata in Giurisprudenza e frequento il Master di Giornalismo di Torino. Mamma di Prisca, di 4 anni, e moglie di Filippo.”

Risponde alle nostre domande con slancio: “Per me la vera sfida non è partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico, ma raccontare quanto accade intorno a noi tutti i giorni: viviamo in un’epoca di grandi mutamenti, sottoposti a stimoli continui. Non è facile orientarsi ma è importante continuare a provarci, con tutto l’impegno possibile, ogni giorno. Purtroppo i temi sociali non sempre “fanno notizia” ma il giornalismo non dovrebbe limitarsi a inseguire l’attualità della notizia più recente: a mio parere non deve abdicare alla funzione, fondamentale, di inquadrare e raccontare il mondo. Non si tratta solo di descrivere ciò che si discosta dalla norma ma anche di provare a descrivere, pur con gli strumenti limitati dal fatto di vivere “in diretta” gli avvenimenti – a differenza degli storici – le tendenze, le buone notizie, ciò che matura nella società.

Le parole, in un tema come quello del PGAB sono importanti ma si scelgono sempre, per qualunque tema, e vanno selezionate con una cura infinita: le parole sono potenti e in qualche modo danno forma alla realtà. I giornalisti hanno l’opportunità di scegliere le parole con cui il mondo viene raccontato: un privilegio che va meritato. La questione, poi, dei “criteri di notiziabilità” di un episodio è complesso, sicuramente va detto che una notizia non è solo un fatto o un avvenimento: notizia può essere una storia ma soprattutto un approfondimento, che è ciò che, come sottolineato prima, ci consente di dare un senso, una chiave di lettura alla realtà.

In particolare credo che le testate non devono mai abdicare alla loro funzione di servizio pubblico. Inutile fingere che non esistano gli editori, che non esista la pubblicità, ma nel momento in cui un giornale mette da parte il servizio pubblico sta rinunciando alla sua prerogativa più importante. Tutto il resto è comunicazione, non giornalismo. Ricordiamoci che un buon giornalista è innanzitutto chi sa distinguere che cosa è notizia. Inoltre, chi sa cogliere anche il contesto più ampio in cui la notizia arriva: un giornalista, quindi, non solo attento ma anche preparato e formato, che è in grado di comprendere che cosa sta succedendo sotto i propri occhi per poterne cogliere le implicazioni. Infine, ovviamente, una figura in grado di raccontare nella forma più adeguata la notizia: sia la forma intesa come linguaggio ma anche nel senso di trasversalità delle piattaforme e dei media in cui siamo immersi. ”