{"id":2213,"date":"2022-02-15T13:30:40","date_gmt":"2022-02-15T12:30:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionevivaale.org\/premioalessandrabisceglia\/?p=2213"},"modified":"2022-02-15T13:30:40","modified_gmt":"2022-02-15T12:30:40","slug":"dal-potere-al-servizio-ripensare-il-giornalismo-nel-tempo-della-cultura-digitale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionevivaale.org\/premioalessandrabisceglia\/dal-potere-al-servizio-ripensare-il-giornalismo-nel-tempo-della-cultura-digitale\/","title":{"rendered":"Dal potere al servizio. \u201cRipensare\u201d il giornalismo nel tempo della cultura digitale"},"content":{"rendered":"<p><em><strong>Massimiliano Padula<\/strong> &#8211; docente Universit\u00e0 Lateranense e Presidente Copercom<\/em><\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" width=\"800\" height=\"450\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/RNUxIAaiviI?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture\" allowfullscreen><\/iframe><\/p>\n<p>Elaborare una riflessione sul legame tra giornalismo\/informazione e cultura digitale non pu\u00f2 prescindere da un discorso centrato sulla complessit\u00e0 dello scenario contemporaneo i cui fenomeni (compreso quello informativo) sono in continua trasformazione. Le conclusioni a cui si arriver\u00e0 saranno, quindi, parziali e certamente mutevoli in un futuro prossimo. Alla luce di questa premessa, il legame succitato (informazione-digitalizzazione) merita di certo una riconsiderazione se si tiene conto della rimodulazione dell\u2019universo giornalistico negli ultimi decenni: il riferimento non \u00e8 esclusivamente alla diffusione delle tecnologie digitali e alle piattaforme social (che hanno certamente riposizionato la riflessione intorno alla questione). L\u2019accento \u00e8 invece da porre sulla cornice sociometrica che vede &#8211; come riportato dall\u2019Osservatorio sul giornalismo dell\u2019Agcom nel 2020 &#8211; \u201cgli ultimi venti anni [\u2026] contraddistinti, in Italia, da un deciso invecchiamento della popolazione giornalistica, con la progressiva scomparsa di under 30 e una forte riduzione di under 40.\u201d Si tratta di un rapporto &#8211; quello dell\u2019Autorit\u00e0 garante delle comunicazioni &#8211; che ben fotografa la situazione giornalistica italiana ed evidenzia come \u201cpi\u00f9 di quattro giornalisti italiani su dieci rientrano nella categoria freelance\u201d (costituita da autonomi e parasubordinati) e confermano di conseguenza \u201cle profonde e strutturali differenze in termini di reddito tra questi ultimi e i dipendenti\u201d.<\/p>\n<p><strong>(CONTINUARE A) INFORMARE TRA MOTIVAZIONE, DONO, GARANZIE E INSTABILIT\u00c0<\/strong><\/p>\n<p>Non ci si soffermer\u00e0 ulteriormente sulle caratteristiche proprie di ognuno delle due categorie. \u00c8 importante, invece, fare una sottolineatura su alcuni aspetti che caratterizzano l\u2019impatto dell\u2019informazione sulla societ\u00e0.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 la motivazione.<\/p>\n<p>L\u2019aspetto motivazionale continua a essere alla base del lavoro giornalistico anche per coloro (sempre di pi\u00f9) che svolgono la professione nonostante condizioni di precariet\u00e0 e basso reddito. Potremmo definirli giornalisti idealisti\u201d. Si tratta di coloro che nonostante manchino di garanzie contrattuali e retribuzioni dignitose (per molti di loro il giornalismo non \u00e8 prima attivit\u00e0), attribuiscono maggiore importanza all\u2019opportunit\u00e0 di essere utili alla collettivit\u00e0 o al grado di autonomia oppure alla possibilit\u00e0 di avere una qualche influenza sull\u2019agenda politica.<\/p>\n<p>\u00c8 interessante notare come lo sviluppo di quella che possiamo definire una \u201cinformazione idealista\u201d rimandi, in un certo senso, a un giornalismo animato da ci\u00f2 che Jacques Godbout definisce lo spirito del dono, che rende \u201cogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone\u201d. Il dono, dunque, \u00e8 la seconda variabile emergente di una informazione libera, priva di garanzie di tipo economico e che si basa sulla solidariet\u00e0 creando legami tra le parti coinvolte. L\u2019analisi del sociologo canadese pu\u00f2 essere presa in prestito per riflettere ancora una volta sull\u2019informazione oggi. Una informazione che si fonda su un concetto di libert\u00e0 allargata (non solo garantita dal diritto di libert\u00e0) ma anche dalla moltiplicazione degli spazi e dei tempi informativi grazie alle logiche del web. Ancora, lo scenario informativo \u00e8 sempre meno strutturato in termini tradizionali. Siamo di fronte a uno scenario piuttosto semplificato, in controtendenza con l\u2019aumento esponenziale delle situazioni di complessit\u00e0 a livello sociale: esistono &#8211; come si \u00e8 scritto &#8211; giornalisti garantiti (dai contratti nazionali o da altre forme contrattuali a loro tutela) e giornalisti instabili sia per l\u2019incertezza relativa alle dimensioni proprie della professione (contratti, retribuzioni, altre garanzie) sia per l\u2019indeterminatezza della tradizionale prassi giornalistica che \u00e8 sempre pi\u00f9 fagocitata e orientata dalle logiche della cultura digitale. Entrambi non rifiutano le opportunit\u00e0, lo evidenzia la ricerca Agcom parlando di \u201cnormalizzazione ibrida\u201d) offerte dal digitale, ma con motivazioni differenti. Se per i garantiti che lavorano per media tradizionali un profilo social \u00e8 un\u2019opportunit\u00e0 addizionale alle consuetudini assicurate del proprio mestiere, per gli instabili (secondo i dati del Rapporto la maggioranza opera per testate online) diventa spesso la sola strada per affermare la propria professionalit\u00e0. Un\u2019ultima istanza che contraddistingue l\u2019impatto dell\u2019informazione sulla societ\u00e0 \u00e8 il dato anagrafico dei professionisti dell\u2019informazione. Siamo di fronte a una informazione vecchia nel duplice significato che ci offre la lingua francese: quello di \u00e2g\u00e9e, nel senso di anziano, fatta strutturalmente e istituzionalmente da non pi\u00f9 giovanissimi; e quello di ancien, ovvero di qualcosa che un tempo era operativo e funzionale e, adesso non lo \u00e8 pi\u00f9 (obsoleto, si direbbe in italiano). Alla luce di queste premesse viene da chiedersi ancora quale (e quanto) sia l\u2019impatto della informazione (intesa come professione giornalistica) sulla societ\u00e0.<\/p>\n<p><strong>INFORMAZIONE AL BIVIO (O IN VICOLO CIECO): IDENTIT\u00c0, TEMPI, SPAZI DEL GIORNALISTA<\/strong><\/p>\n<p>Probabilmente fino a qualche anno fa, una riflessione sull\u2019impatto dell\u2019informazione sulla societ\u00e0 avrebbe avuto presupposti differenti. Avrebbe prevalso un atteggiamento di apertura, di entusiasmo, di passione e positivit\u00e0 verso il futuro, sollecitato dalle novit\u00e0 della cosiddetta \u201crivoluzione digitale\u201d. Le valutazioni a riguardo sarebbero state dirette alle sfide del giornalismo nella nuova cultura del web, alla possibilit\u00e0 di abitare nuovi spazi e di esplorare nuovi linguaggi. Oggi, ci si ritrova a riflettere, invece, di scenari e sfide differenti, con margini di preoccupazione, d\u2019insicurezza, di non consapevolezza di quel che sar\u00e0. Questo stato d\u2019animo non pu\u00f2 essere scisso dall\u2019adesso. Contemporaneit\u00e0 oggi significa anzitutto \u201cincertezza\u201d, ossia quella conditio humana &#8211; scrive Ulrick Beck &#8211; nella quale \u201cle barriere delle competenze specializzate cadono\u201d. Questo \u00e8 ancora pi\u00f9 evidente nella contemporaneit\u00e0 (post) pandemica nella quale il ruolo dell\u2019informazione \u00e8 stato centrale a livello di copertura e fonti, ma anche \u2013 come \u00e8 ormai triste realt\u00e0 \u2013 nei termini di disinformazione, misinformazione e infodemia. L\u2019incertezza quindi investe un mondo dell\u2019informazione profondamento destrutturato da un punto di vista identitario, dei suoi tempi e dei suoi spazi. Questo decostruzione non riguarda naturalmente soltanto l\u2019ambito giornalistico ma, pi\u00f9 in generale, investe la societ\u00e0 e i suoi innumerevoli fenomeni. \u00c8 innegabile, infatti, che il web (inteso come tecnologia, ma anche come apparato culturale generatore di percezioni, simboli, narrazioni e rappresentazioni specifiche) abbia sovvertito l\u2019immaginario consueto e delineando nuove pratiche e nuovi formati socio-culturali. La professione giornalistica tende a ibridarsi sempre pi\u00f9 con le professioni del web, e molti giornalisti iniziano a impiegarsi in attivit\u00e0 di social media management e content management. Questo processo porta certamente a una ridefinizione dell\u2019identit\u00e0 del giornalista.<\/p>\n<p><strong>L\u2019IDENTIT\u00c0 DEL GIORNALISTA<\/strong><\/p>\n<p>La cultura digitale, infatti, ha annullato alcuni paradigmi archetipici del giornalismo de-professionalizzandolo (in senso scolastico, deontologico, ordinato), ossia spogliandolo di quell\u2019etichetta di esclusivit\u00e0 che lo ha sempre contraddistinto. Il rimando, in questo caso, \u00e8 abbastanza evidente. Se con i media tradizionali (possiamo definirli media offline) il rapporto creatore\/fruitore era decisamente sbilanciato sul primo che si poneva come metamedium (ovvero mediatore dello strumento tecnologico) assoluto, nel caso dei media digitali questo legame trova inaspettatamente un equilibrio stabile. Da qui scaturisce una rimodulazione dei ruoli che, in alcuni casi, destabilizza, sovverte il certo, spalanca spiragli di novit\u00e0. Si pensi a come negli ultimi anni si sia trasformato totalmente il contesto competitivo di un giornale. Da ristretto, limitato ad alcuni competitors definiti (e quindi riconoscibili e controllabili), si \u00e8 allargato, ovvero ha sciolto i suoi confini ritrovandosi in un ambiente molteplice e spesso indefinito dove uno youtuber o un account Twitter o Instagram di un influencer (chi sul web fa tendenza, crea seguito) possono fare informazione e opinione in modo pi\u00f9 incisivo, con pi\u00f9 appeal, in spazi di fruizione pi\u00f9 agevoli, giocando con tanti codici e linguaggi, in tempi contratti. Non si dimentichi, inoltre, che in questo vaso di pandora esploso \u00e8 presente anche il lettore che diventa coautore (prosumer) e quindi, un nuovo, potenziale concorrente. Per sintetizzare: si \u00e8 passati da un mercato definito nel quale a competere erano i giornali, le redazioni, gli stessi media a un spazio informativo allargato caratterizzato da una molteplicit\u00e0 di interlocutori, ognuno dei quali (pu\u00f2) fa(re) informazione. In un certo senso giornalista e lettore sono diventati concorrenti, ma possono altres\u00ec finire per mescolarsi ed evaporarsi da un punto di vista identitario. Lo dimostra anche la decostruzione dilagante di due grandezze costitutive dell\u2019agire giornalistico: il tempo e lo spazio.<\/p>\n<p><strong>IL TEMPO DEL GIORNALISTA<\/strong><\/p>\n<p>Una delle caratteristiche della cultura mediale \u00e8 lo sbilanciamento del tempo sul presente. Questo significa considerare la memoria come un optional oppure come un automatismo digitale che ricorda ogni cosa senza selezionare (c\u2019\u00e8 sempre qualcosa che ci ricorda, c\u2019\u00e8 sempre un archivio a disposizione, ci sono sempre fonti disponibili da cui attingere) e disinteressarsi di un ci\u00f2 che sar\u00e0. \u00c8 questo uno dei motivi che certamente condiziona e sbilancia l\u2019impatto dell\u2019informazione sull\u2019oggi sacrificando la memoria e non curandosi del futuro. Questo scenario \u00e8 evidente nella pratica giornalista quotidiana o periodica. Colui che lavora per un quotidiano scrive per un futuro prossimo. E quando quel futuro diventa presente racconta di un passato prossimo. Si pensi, altres\u00ec, a chi scrive per un quindicinale o per un mensile: il racconto del suo presente diventa, in un batter d\u2019occhio, passato remoto. Sono effetti evidenti (e per giunta banali) di una contemporaneit\u00e0 mediale spinta sul presente, ovvero sulla soddisfazione immediata di qualunque bisogno. Compreso quello informativo che \u00e8 ormai soddisfabile nell\u2019immediato attraverso lo screen del nostro smartphone.<\/p>\n<p><strong>LO SPAZIO DEL GIORNALISTA<\/strong><\/p>\n<p>Tempo chiama spazio. L\u2019antropologo francese Marc Aug\u00e8 spiega come oggi, tutti gli individui, devono confrontarsi con \u201cuna ideologia della globalit\u00e0 senza frontiere, che si manifesta nei pi\u00f9 diversi campi dell\u2019attivit\u00e0 umana mondiale\u201d. Secondo l\u2019antropologo \u201csul pianeta si moltiplicano gli spazi di circolazione, di consumo, di comunicazione, rendendo visibile molto concretamente l\u2019esistenza della rete\u201d. Questo scenario da reale \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 percepito. Ogni individuo, infatti, ha colto nell\u2019abbattimento delle barriere spaziali un\u2019opportunit\u00e0 di migliorare e ampliare il proprio lavoro. Si pensi al lavoro quotidiano del giornalista e alla scrittura di un pezzo. Il web (potenzialmente) ingloba e sostituisce tutto, annulla l\u2019attesa, moltiplica il ventaglio di interlocutori, elimina (potenzialmente) l\u2019errore, la mancanza, la lacuna, completa la conoscenza. Gli spazi si ampliano, si globalizzano, ma nello stesso diventano indistinti. Lo spazio redazionale classico sparisce, diventa nomade, viandante, itinerante. Alla comunicazione politica, ad esempio, sta sempre pi\u00f9 stretto un corsivo, un editoriale su un giornale o un settimanale. Predilige spazi radicali, autopromozionali in cui non c\u2019\u00e8 il tempo dell\u2019approfondimento, in cui la mediazione \u00e8 sempre pi\u00f9 sfumata, in cui i filtri sono sempre pi\u00f9 aperti, in cui la costruzione dell\u2019opinione \u00e8 sempre pi\u00f9 immediata. Si pensi a Twitter diventato in pochi anni (gli ultimi dati rilevano una flessione significativa) il luogo privilegiato della comunicazione politica perch\u00e9 asciutto, chiuso, propenso alla contrapposizione immediata, alle dinamiche del conflitto, all\u2019emozione istantanea, alla reazione di pancia. Lo stesso vale per Instagram che risulta uno spazio crescente di influenza sociale che, attraverso cui un\u2019esperienza foto-ritoccata e una conseguente prospettiva migliorata, determina consenso e gratificazione immediata.<\/p>\n<p><strong>LA LOGICA DEL DIGITAL FIRST<\/strong><\/p>\n<p>Decostruire spazi e tempi tradizionali incarnandoli in pratiche e formati giornalistici orientati da quelli della Rete sembra l\u2019imperativo funzionale. Lo fa gi\u00e0 che nasce giornalista digitale. Lo iniziano a fare i media mainstream come i quotidiani o le redazioni televisive. Lo spiega bene Maurizio Molinari nell\u2019ordine di servizio ai suoi giornalisti, diventato ormai un caso di scuola.<\/p>\n<p><strong>PER CONCLUDERE: VIZI PUBBLICI E VIRT\u00d9 PRIVATE DELL\u2019INFORMAZIONE<\/strong><\/p>\n<p>Un vecchio adagio popolare recita cos\u00ec: \u201cFai come il prete dice, ma non come il prete fa\u201d<\/p>\n<p>La conclusione di questo contributo parte proprio dall\u2019incoerenza dilagante di un universo informativo che risulta caotico e turbolento alla luce del presente digitale. Un giornalismo che spesso predica bene ma che pu\u00f2 razzolare male, cedendo alle tentazioni di un consenso pr\u00eat-\u00e0-porter, di contenuti snackable e acchiappaclick. Alla luce di questo scenario, il giornalismo all\u2019arsenico e vecchi merletti, del tempo che fu, delle macro redazioni alla Quarto (giornali) e Quinto Potere (la televisione), difficilmente potr\u00e0 tornare. Si tratter\u00e0 di casi isolati, a tempo determinato, legati al finanziatore di turno o all\u2019iniziativa personale di gruppi di giornalisti. Lo spiega in modo illuminante l\u2019economista Julia Cag\u00e8 quando auspica (per scongiurare la morte dei media informativi) a nuovi modelli di governance e di finanziamento, tali da consentire ai mezzi di informazione di evitare di diventare preda di miliardari in cerca di potere. La studiosa francese propone per i media un nuovo modello associativo, una organizzazione no profit a met\u00e0 strada tra una fondazione e una societ\u00e0 per azioni. Solo cos\u00ec &#8211; spiega &#8211; si potr\u00e0 garantire indipendenza, ci si potr\u00e0 svincolare dal sistema degli aiuti di stato, si potr\u00e0 conferire un potere decisionale ai \u201clettori, agli ascoltatori, ai telespettatori, ai giornalisti, garantendo una riappropriazione democratica dell\u2019informazione per chi la fa e per chi la consuma. Non manipolata da chi vuole fare opinione. Non manipolata da chi detiene un capitale sufficiente per influenzare i nostri voti e le nostre decisioni\u201d.<\/p>\n<p>Il cambiamento per\u00f2, oltre che strutturale, riguarda in primis la forma mentis giornalistica. \u00c8 necessario ristabilire priorit\u00e0 e punti fermi della professione sfatando anzitutto quel mito che vede il passaggio al digitale come l\u2019unico tentativo di svolta, la soluzione olistica dei problemi. Questo approccio \u00e8, per certi aspetti, limitante e non tiene conto della naturalizzazione (e normalizzazione) che riguarda anche il rapporto tra informazione e societ\u00e0: \u201cl\u2019aspetto pi\u00f9 evidente del vivere contemporaneo \u00e8 la fine dei dispositivi mediali che aveva caratterizzato la modernit\u00e0\u00bb12. Oggi, infatti, non \u00e8 pi\u00f9 possibile stabilire con chiarezza cosa \u00e8 mediale e cosa non lo \u00e8, n\u00e9 si pu\u00f2 definire quando entriamo in una situazione mediale e quando ne usciamo. [\u2026] I media sono ovunque. L\u2019evoluzione del giornalismo \u00e8 l\u2019esempio perfetto di questo cambio di paradigma epico che si fonda su tre concetti bene espressi dal semiologo dell\u2019Universit\u00e0 Cattolica: naturalizzazione, soggettivazione e socializzazione. Si pensi a come le pratiche giornalistiche siano sempre pi\u00f9 connaturate alle nostre esistenze quotidiane ed incentrate su uno sguardo soggettivo, su un punto di vista \u201cipersonale\u201d13 e sempre pi\u00f9 condivise e socializzate con altri. L\u2019informazione oggi \u00e8 anche questo: un infinito processo di notiziabilit\u00e0 dell\u2019esistente, nel quale ogni fatto \u00e8 potenzialmente raccontabile, indipendentemente dal suo valore di notizia. Un meccanismo che prescinde sempre pi\u00f9 spesso dalle norme deontologiche per riaffermarsi in modo imperscrutabile, inintercettabile. Prenderne coscienza uscendo dai labirinti dell\u2019autoreferenzialit\u00e0 \u00e8 il primo passo per non deturpare la bellezza di una professione che fa del racconto autentico il suo fondamento pi\u00f9 robusto.<\/p>\n<p>I rischi sono di questa mancata comprensione sono molteplici. Se ne individuano tre principali sintetizzati in altrettanti passaggi.<\/p>\n<ol>\n<li>Da esclusivi ad esclusi<\/li>\n<li>Da identitari a identici<\/li>\n<li>Da opinion leader (e maker) a opionion slave<\/li>\n<\/ol>\n<p>Il giornalismo \u00e8 sempre stato un mestiere elitario. Chi deteneva le redini dell\u2019informazione ha da sempre goduto di privilegi a diversi livelli. Il tesserino \u00e8 sempre stato una sorta di passe-partout sociale. Oggi questa esclusivit\u00e0 rischia di disperdersi nel disordine digitale e di trasformarsi in esclusione. Diretta conseguenza della potenziale esclusione \u00e8 la perdita dell\u2019identit\u00e0 di un mestiere considerato \u201celetto\u201d. Il giornalista ha sempre avuto una connotazione identitaria ben evidente, esercitando un potere rilevante a livello sociale, distinguendosi per i suoi ruoli e le sue funzioni e differenziandosi per i temi trattati. Oggi gli spazi digitali rischiano di renderlo indistinto, incapace di caratterizzarsi rispetto a ci\u00f2 che gli somiglia sempre pi\u00f9. Nello stesso tempo, la restrizione delle garanzie contrattuali ed economiche riducono in modo esponenziale la sua libert\u00e0 di espressione indebolendo altres\u00ec la sua capacit\u00e0 generativa, la sua curiosit\u00e0 individuale e la sua propensione all\u2019originalit\u00e0 e all\u2019approfondimento. Rischio reale \u00e8 ritrovarsi giornalisti in serie piegati alla schiavit\u00f9 dell\u2019audience, al numero di copie vendute (sempre meno, purtroppo) e ai click, like e visualizzazioni. E un escluso e un unknow (senza identit\u00e0) non pu\u00f2 che ridursi a diventare schiavo: dell\u2019opinione dominante, della vulgata pseudo-rivoluzionaria, del capopopolo di turno, del contenuto pi\u00f9 scioccante, di una estetica immorale e di tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 dare linfa vitale al suo prodotto editoriale, mentendolo in vita forse, ma svuotandolo della sua capacit\u00e0 di creare opinione. Il legame tra informazione e societ\u00e0 di gioca su queste minacce che possono diventare, per\u00f2, anche sfide e opportunit\u00e0 importanti. Essere uomini, giornalisti, professionisti mediali significa anzitutto intercettare il latente, l\u2019incerto, gli assiomi della contemporaneit\u00e0. Significa ristabilire un legame equilibrato con le grandezze sociali pi\u00f9 importanti come lo spazio, il tempo e l\u2019identit\u00e0. E anche condividere pratiche culturali ad hoc fondamentali per agire giornalisticamente in modo efficace ed efficiente. Non \u00e8 un\u2019operazione facile. L\u2019umanit\u00e0 \u00e8 per definizione instabile, tende all\u2019autocompiacimento, alla distrazione, alla stanchezza. Per questo anche chi fa informazione deve essere protagonista di un percorso educativo. Che non fa riferimento alle mere competenze giornalistiche (le cosiddette \u201cbasi del mestiere\u201d) ma a una graduale presa di coscienza delle proprie \u201cqualit\u00e0 superiori\u201d (Pier Cesare Rivoltella le chiama \u201cvirt\u00f9 del digitale\u201d) adottando costumi esistenziali come l\u2019etica della professione, il gusto per la libert\u00e0 di opinione, l\u2019intelligenza dell\u2019approfondimento, la ricerca della verit\u00e0 e la sua successiva affermazione. Sono queste le basi per un giornalismo che abbandoni il suo ruolo novecentesco di \u201cpowerful media\u201d per vestire quello di \u201cservice media\u201d (media in the service of). Soltanto cos\u00ec questo nobile mestiere (il giornalista della Gazzetta dello sport Luigi Garlando lo definisce \u201cil mestiere pi\u00f9 bello del mondo\u201d, nonostante per alcuni sia sempre meglio che lavorare) potr\u00e0 scongiurare l\u2019estinzione e (ri)diventare una professione dotata di saggezza, ovvero di quella capacit\u00e0 di trovare soluzioni pratiche, creative, appropriate al contesto ed emotivamente soddisfacenti a problemi umani complessi. In conclusione, per ristabilire un sano impatto dell\u2019informazione sulla societ\u00e0 la strada da percorrere \u00e8 quella della costruzione di una \u201cdigital journalism skillness\u201d, ovvero di ci\u00f2 che Ryzard Kapuscinski, parlando del proprio mestiere, chiamava il \u201cPianeta della Grande Occasione\u201d: un\u2019occasione non incondizionata, ma alla portata solo di coloro che prendono il proprio compito sul serio, dimostrando automaticamente di prendere sul serio se stessi. Un mondo che se, da un lato, offre molto, dall\u2019altro chiede anche molto e dove cercare facili scorciatoie significa spesso non arrivare da nessuna parte.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Massimiliano Padula &#8211; docente Universit\u00e0 Lateranense e Presidente Copercom Elaborare una riflessione sul legame tra giornalismo\/informazione e cultura digitale non pu\u00f2 prescindere da un discorso centrato sulla complessit\u00e0 dello scenario contemporaneo i cui fenomeni (compreso quello informativo) sono in continua trasformazione. 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