Ci sono ricorrenze che invitano a voltarsi indietro e poi ci sono anniversari che, proprio mentre celebrano una storia, decidono di guardare più lontano.
Il decennale del Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia per la Comunicazione Sociale, celebrato il 24 settembre nell’Aula Magna dell’Università LUMSA di Roma, è stato soprattutto questo: non la conclusione di un percorso, ma l’inizio di un nuovo tratto di strada.
Perché dieci anni di Premio non sono soltanto dieci edizioni, centinaia di lavori esaminati, vincitori, riconoscimenti e cerimonie.
Sono persone.
Sono incontri.
Sono storie che hanno trovato uno spazio per essere raccontate e professionisti che, nel raccontarle, hanno imparato qualcosa.
E sono soprattutto una rete che, nel tempo, è diventata sempre più grande.
La Fondazione Alessandra Bisceglia ha scelto fin dall’inizio di tenere insieme memoria e futuro. Il ricordo di Alessandra, della sua esperienza umana e professionale, non come qualcosa da custodire soltanto, ma come un patrimonio da trasformare in impegno.
Il Premio nasce proprio da questa idea: sostenere un giornalismo capace di guardare alle persone nella loro complessità, soprattutto quando la loro vita incontra la malattia, la disabilità, la rarità, la fragilità sociale.In questi dieci anni, intorno a questa idea è nata una comunità: giornalisti e studenti; docenti e professionisti; università e istituzioni; esperti di comunicazione, salute e ricerca. Persone che arrivano da mondi diversi e che, proprio per questo, possono arricchirsi reciprocamente.
Il coraggio di interrogarsi
A Roma, il decennale è stato anche un momento per fermarsi e chiedersi dove stia andando il giornalismo sociale. La ricerca presentata da Raffaele Lombardi, dedicata ai vincitori delle dieci edizioni, ha raccontato una professione profondamente trasformata. Un mondo nel quale sono cambiati i mezzi, i linguaggi e le condizioni di lavoro, mentre è rimasta forte la spinta di tanti professionisti a occuparsi di temi sociali e a dare voce a chi rischia di non averne.
Poi il confronto si è acceso nelle due tavole rotonde.
La prima, moderata da Andrea Garibaldi, ha messo a confronto Paolo Ruffini, Roberto Natale, Ferruccio de Bortoli, Sara Del Dot, Arianna Di Cori e Alessio Lasta: esperienze, generazioni e modi diversi di vivere il giornalismo, uniti da una stessa domanda: come raccontare una società che cambia senza perdere di vista le persone?
La risposta non può essere soltanto tecnologica, né ridursi a nuovi formati e strumenti. Quando si raccontano la malattia, la disabilità, la diversità, la fragilità, serve qualcosa di più: la capacità di ascoltare, di andare oltre la prima impressione, di non trasformare una persona nella sua diagnosi e di non confondere emozione e spettacolarizzazione. Il giornalismo sociale, in questo senso, è una palestra di responsabilità.
Da qui è partito anche il secondo confronto, moderato da Mirella Taranto, con Carlo Chianura, Oreste Lo Pomo, Simona Berterame, Agnese Palmucci e Marianna Grazi, dedicato alle sfide che attendono il giornalismo sociale, anche alla luce del nuovo codice deontologico.
Intelligenza artificiale, velocità, piattaforme, moltiplicazione delle fonti: sono molte le sfide di un’informazione chiamata a distinguere sempre più tra contenuto e rumore. Ma, forse, quella più importante rimane la stessa di dieci anni fa: non perdere l’umanità del racconto.
E poi arrivano le storie
La parola è passata ai vincitori. Ed è stato come tornare al cuore del Premio. Perché alla fine, più delle categorie e dei riconoscimenti, restano le storie.
Come quella raccontata da Camilla De Fazio, vincitrice nella sezione dedicata ai professionisti con Le Città Ostili, pubblicato da La Revue. Una graphic novel che entra per la prima volta nella storia del Premio e che trasforma le barriere architettoniche delle nostre città in una storia fatta di strade, scuole, trasporti, spiagge e diritti.
O quella di Chiara Cucinella, seconda classificata con «Mi hai mai visto triste?» La storia di Irene Spaccia, rarissima tra i rari, pubblicato dal Corriere Adriatico: la storia di una madre che racconta una figlia senza lasciare che la malattia sia l’unica cosa da vedere.
E quella di Antonio Pio Piazzolla, terzo classificato con La musica contro il silenzio, così le malattie rare trovano voce, pubblicato su Rocknation.it: la musica come possibilità di espressione, ma anche come strumento per parlare di una realtà spesso invisibile.
Poi le nuove generazioni.
Valentina Guaglianone, prima classificata tra gli studenti, con Boggioni: «La normalità? È banale. La bellezza non ha solo una forma.». Una frase che resta, perché capovolge lo sguardo e invita a non considerare la diversità come qualcosa da correggere o da compatire.
Sofia Civenni, seconda classificata con la storia di Zaira e del padre Salvatore, che ha scelto di trasformare la conoscenza di una malattia rara in una battaglia per la ricerca e per l’informazione.
Flavia Falduto, terza classificata con La vita: un bel colpo, il racconto di Ricky e della sua strada fatta di difficoltà, sport, pazienza e conquiste.
Sei storie che, in modi diversi, hanno fatto la stessa cosa: hanno spostato lo sguardo. Hanno chiesto di vedere oltre la malattia. Oltre la carrozzina. Oltre la rarità. Oltre la parola “diverso”.
Prima la persona
Prima la persona significa prima ancora della diagnosi. Prima dello stereotipo. Prima dell’etichetta. Prima della definizione che spesso finisce per raccontare soltanto una parte della vita.
“Prima la persona” è il principio che attraversa Comunicare la disabilità, il volume al quale è stato assegnato il riconoscimento speciale ritirato da Lorenzo Sani, insieme ad Antonio Giuseppe Malafarina e Claudio Arrigoni.
La giornata ha dato spazio anche a chi, in questi anni, ha contribuito a costruire una cultura più attenta alla comunicazione sociale.
A Maurizio Gianotti, per la Rai, è andato il riconoscimento per il contributo alla realizzazione di programmi di servizio pubblico capaci di portare all’attenzione del grande pubblico temi come inclusione, disabilità e fragilità sociale.
Alla Commissione Scienze della Vita di FERPI, rappresentata da Alex Dell’Era, il riconoscimento per l’impegno nella promozione di una comunicazione sanitaria e scientifica responsabile.
Tre riconoscimenti, tre percorsi, tre modi di contribuire a una stessa idea: comunicare non è mai un atto neutro quando al centro ci sono la salute, la dignità e la vita delle persone.
Il decennale è una porta aperta sul futuro
Alla fine della giornata, con i saluti di Serena Bisceglia, presidente della Fondazione Alessandra Bisceglia, resta soprattutto una sensazione: quella di non aver semplicemente celebrato dieci anni.
Di averli attraversati. E di essere pronti ad attraversarne altri.
Perché il Premio non è diventato importante soltanto per i riconoscimenti che assegna, ma per le relazioni che ha saputo generare. Per le persone che ha fatto incontrare. Per i giovani ai quali ha dato uno spazio. Per i professionisti che hanno condiviso esperienza. Per il dialogo che ha creato tra giornalismo, università, salute, scienza, istituzioni e società.
Questa è la rete che la Fondazione Alessandra Bisceglia porta con sé nel futuro.
Il decennale, allora, non è una linea d’arrivo.
È una porta aperta.
Da una parte ci sono dieci anni di storie, incontri, parole e persone.
Dall’altra, tutte le storie che ancora non abbiamo raccontato.
E forse è proprio questo il modo più bello di ricordare Alessandra: continuare a dare valore alle parole, continuare a cercare le persone dentro le storie e continuare a costruire, insieme, una comunicazione capace di lasciare il mondo un po’ più attento di come lo ha trovato.
Costanza Galante







