Intervista a Chiara Dall’Angelo

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Ho saputo del Premio quando ho ricevuto una email dalla segreteria della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia. Ho subito deciso di partecipare perché la comunicazione sociale è un ambito che mi appassiona e trovo molto utile e soddisfacente raccontare storie che possano sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi. 

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Sì, personalmente ritengo che la comunicazione rivesta un ruolo fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali. Per questo, il Premio Giornalistico Bisceglia contribuisce a selezionare e diffondere alcune storie con questo obiettivo.   

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

La storia di Antonio Acciarino, con cui partecipo a questo premio. Sentire dal vivo il suo racconto mi ha impressionato molto: in particolare, ho apprezzato la calma e il sangue freddo con cui Antonio ha affrontato l’incidente che ha subito, e poi la determinazione e la voglia di vivere con cui è riuscito a rialzarsi e a ricominciare di nuovo. Trovo inoltre ammirevole il suo impegno nel divulgare la sua storia perché possa essere d’ispirazione e nell’allenare altri ragazzi disabili, dando loro fiducia e facendo riscoprire loro le infinite possibilità che la vita riserva a ciascuno di noi. 

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Non credo che possa esistere una “formula magica” per raccontare la sofferenza, anche se ci sono sicuramente dei metodi e dei criteri da utilizzare. Penso che un ingrediente fondamentale sia l’empatia; poi non può mancare la flessibilità, per adattare il modo di raccontare alla storia, caso per caso, cercando di valorizzare il messaggio e i valori che il protagonista di quella storia porta con sé.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Talvolta la sofferenza può essere difficile da raccontare: una delle difficoltà è riuscire ad esprimerla in modo che le persone possano empatizzare, sentirsi coinvolte e quindi recepire meglio il messaggio che quella storia vuole trasmettere. Un’altra difficoltà per il giornalista o il comunicatore è quella di saper gestire a livello emotivo la sofferenza che alcune storie ed esperienze portano con sé, per poterla raccontare al meglio.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

A mio avviso no, si potrebbe dedicare molto più spazio a queste tematiche.  

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Dipende: da una parte può essere un aiuto nello svolgimento di alcuni compiti meccanici o ripetitivi che un giornalista si trova a fare, come la trascrizione di un’intervista telefonica. D’altra parte, però, per la comunicazione sociale sono indispensabili sensibilità ed empatia, capacità che solo un essere umano può avere e che non potranno mai essere sostituite da una macchina o algoritmo.    

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Sarebbe troppo lungo elencare tutte le caratteristiche necessarie per essere un buon giornalista. In sintesi, credo che i due valori fondamentali per esserlo siano due: la libertà e la verità. Un buon giornalista deve essere libero di raccontare le storie che ritiene interessanti senza condizionamenti esterni o interni alla redazione e fare tutto il possibile per accertare la verità e raccontarla. Anche quando questo può essere pericoloso o difficile.

Interviste a Alice De Luca e Lucrezia Goldin

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?
Siamo venute a conoscenza del Premio grazie a una segnalazione da parte della segreteria del nostro master di Giornalismo. Abbiamo deciso di partecipare perché abbiamo ritenuto che la storia che abbiamo raccontato potesse rispecchiare i valori che animano la fondazione Viva Ale e perché, occupandocene spesso, crediamo sia importante valorizzare i prodotti giornalistici che parlano di temi sociali. 


2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?
Siamo convinte che un premio giornalistico possa realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali. Mettendo in risalto e supportando la produzione di questo tipo di notizie, il premio Alessandra Bisceglia ne incentiva la scrittura e ne stimola la lettura.


3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?
La storia di Uroburo che abbiamo raccontato nell’articolo con cui ci siamo candidate ci ha colpite fin da subito. Incontrare di persona i protagonisti di questo progetto di inclusione, sentire raccontare gli ideali da cui sono spinti, le difficoltà che incontrano ogni giorno e le altrettante soddisfazioni che completano le loro giornate. Entrare, insomma, nella loro quotidianità e avere poi la responsabilità di raccontarla, è stata per noi una sfida stimolante sotto il profilo professionale e un’occasione arricchente sul piano personale.

 
4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?
Pensiamo che per raccontare la sofferenza non esista una ricetta precisa, ma che ci sia bisogno sicuramente di empatia, rispetto e umiltà. Queste componenti si declinano in modo diverso per ogni storia, perché il dolore è uno spazio che si apre nella misura in cui chi lo custodisce concede. Saper guardare senza morbosità dentro a queste aperture, che a volte sono solo spiragli, è imprescindibile per poter raccontare con dignità ciò che si vede.

 
5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?
Abbiamo incontrato molte difficoltà nel raccontare la sofferenza. Una delle più importanti è stata la selezione delle parole adeguate. Una difficoltà non solo semantica (trovare il giusto modo per esprimere una sensazione o un sentimento) ma anche lessicale (trovare la parola o combinazione di parole che descriva qualcuno in modo corretto, rispettoso e coerente con la percezione che quella persona ha di se stessa o con la modalità con cui vuole essere percepita da parte degli altri).


6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?
Riteniamo che il giornalismo moderno dedichi alle tematiche sociali uno spazio che  viene spesso saturato da alcuni filoni tematici specifici e maggiormente seguiti. Ci sono ambiti, più trascurati dall’informazione mainstream, che potrebbero essere raccontati con maggiore frequenza e accuratezza, come ad esempio il tema della malattia e le storie di inclusione sociale.

 
7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?
Guardiamo con fiducia all’avvento dell’intelligenza artificiale nel settore giornalistico. Siamo convinte che questa, come altre tecnologie, sia uno strumento e che, in quanto tale, la sua bontà dipenda dalla mano che lo usa. Non demonizziamo l’utilizzo dell’AI nell’informazione e anzi ne vediamo il grande potenziale, pur essendo consapevoli dei suoi rischi e stando in guardia rispetto alle sue derive.

 
8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Essere buone giornaliste significa, per noi, saper selezionare, ordinare e raccontare i fatti del mondo con la massima imparzialità e correttezza. Consapevoli del potere dell’informazione, la nostra missione è quella di esercitarlo con responsabilità, nel rispetto dei principi cardine della professione e in armonia con la nostra sensibilità personale.

Intervista a Viola Stefanello

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Me ne stavo interessando dal 2020, quando l’ho visto comparire per la prima volta in una newsletter dedicata alle opportunità per i giovani giornalisti in Italia. Stavo aspettando di scrivere un reportage che mi sembrasse all’altezza della qualità e degli obiettivi richiesti dal premio per poterlo fare, perché capita raramente che nel nostro paese venga premiato il giornalismo di persone interessate a determinate tematiche sociali, soprattutto se giovani.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Credo che il valore principale di iniziative come la vostra sia quello di ricordare che il giornalismo, alla radice, non è fatto per attirare click, “parlare alla pancia”, dare una versione semplificata della realtà, ma per raccontare un pezzettino dopo l’altro come il mondo funziona, in tutta la sua complessità. Sapere che un articolo informato e approfondito, scritto tenendo a mente la deontologia del mestiere, è stato premiato serve in primo luogo per ricordarci tra colleghi che fare questo tipo di giornalismo ha ancora senso e incoraggiarci ad andare avanti in questa direzione. Il fatto che le notizie sul premio vengano poi molto condivise, online e non, aiuta sicuramente ad attirare l’attenzione verso le nobili tematiche di cui gli articoli trattano.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

L’anno scorso sono stata una settimana in Brasile per raccontare la storia del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra, che da quarant’anni adotta molti metodi di militanza diversi per proteggere il diritto dei contadini (spesso nullatenenti) di vivere una vita dignitosa grazie al frutto del proprio lavoro. Avere la possibilità di conoscere così da vicino la loro realtà materiale e le condizioni in cui si trova a esistere una larga parte silenziosa degli abitanti del sud globale mi ha aiutata sicuramente a guardare con occhi nuovi e più attenti anche le disuguaglianze presenti in Europa, e in Italia, e per questo sarò sempre loro grata.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Non credo nelle ricette applicabili a priori a qualsiasi circostanza; quello che credo è che sia necessario approcciarsi alle situazioni di sofferenza con una mentalità aperta, consapevoli del fatto che le proprie conoscenze pregresse quasi sempre ignorano una parte importante della storia, e con un forte rispetto per il vissuto delle persone con cui ci si interfaccia. Devo ammettere che personalmente preferisco sempre cercare storie che, pur partendo da una situazione di sofferenza o disuguaglianza, contengono un elemento di “soluzione” – come è anche il caso del museo al centro del reportage con cui ho partecipato al premio. Credo che raccontare le strade intraprese o individuate dalle comunità di cui parlo sia un modo magnifico di restituire loro una centralità e una soggettività, ricordando che non sono soltanto persone che soffrono o subiscono disuguaglianze strutturali, ma prima di tutto esseri umani con una propria estrema forza e voglia di migliorare, anche nel piccolo, la situazione di tutti.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

A volte ci sono barriere pratiche: nel caso dei Sem Terra, per esempio, c’era prima di tutto la questione linguistica. Io non parlo portoghese e loro non parlano italiano; ci siamo trovati a metà con uno spagnolo spesso stentato. Al di là di questo, però, c’è la grande (ma non insormontabile) barriera della differenza: da giornalista temo sempre moltissimo la possibilità di non riuscire davvero a comprendere appieno l’entità della sofferenza dell’altro, il modo in cui quella sofferenza plasma la loro vita, ciò di cui avrebbero bisogno, e quindi di non riuscire a rendere loro giustizia.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

A mio parere, soltanto quando una tematica diventa per un motivo o per l’altro un tema di dibattito politico, come nel caso della questione migratoria, delle morti sul lavoro, delle discriminazioni nei confronti della comunità LGBTQ+. Anche in quei casi, però, al grande spazio che viene loro dedicato su siti, giornali e talk show corrisponde raramente un
interesse genuino verso le esperienze umane delle persone coinvolte, né la voglia di approfondire e smentire i pregiudizi.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Credo che i software di intelligenza artificiale possano al massimo fungere da aiutanti per alcuni tratti più meccanici e tediosi del lavoro giornalistico, come la trascrizione delle interviste. Per il resto, semplicemente non è possibile aspettarsi che l’AI svolga un lavoro comparabile a quello di un giornalista: sono modelli statistici che non possiedono qualità fondamentali come la sensibilità umana, né la capacità di distinguere il vero dal falso.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Riflettere quanto possibile la realtà oggettiva delle cose, raccontando storie che avvicinino i lettori a una maggiore comprensione di ciò che succede, lasciando a loro quanti più strumenti possibili per fare scelte informate a tutti i livelli della propria vita quotidiana. Se riusciamo a farlo con uno stile piacevole e che mantenga l’attenzione dei lettori, tanto
meglio.

Intervista a Valentina Panetta

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Ne ho saputo sul sito dell’Ordine. Ho deciso di partecipare perché ci sono al centro tematiche che mi sono molto care,

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Assolutamente sì. Perché incentiva i giornalisti che si occupano di questi temi e vede riconosciuto il loro impegno.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Una matita tenuta stretta tra i denti per sottolineare le pagine di studio e una penna touch screen che scorre sullo smartphone, per dare sfogo alla sua creatività. Beatrice Di Livio, 27 anni, romana, è una tiktoker di successo e studentessa universitaria determinata a raggiungere i propri obiettivi. Vive la sua vita in sedia a rotelle da quando aveva 10 anni per una neuropatia ipomielinizzante. Una patologia genetica rara che le ha tolto gradualmente l’uso delle braccia e delle gambe, e che è ora il cavallo di battaglia delle sue battute più pungenti, tanto amate dai suoi 158 mila follower, che condivide con il fidanzato Gabriele. Ma non chiamatela ragazza speciale: “Mi dà fastidio quando lo fanno solo perché sono disabile, le persone sono speciali per altri motivi”.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Sì, quella di fuggire dal pietismo e dal sensazionalismo e raccontare la sofferenza attraverso le voci delle persone coinvolte.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Sì, la sofferenza difficilmente viene apprezzata dalle piattaforme. Si preferisce un tone of voice ottimista.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Si potrebbe senza dubbio fare di meglio.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Entrambe le cose. Aggiornare le proprie competenze è ormai una necessità.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Saper raccontare al pubblico nel rispetto dei principi deontologici una storia, un tema complesso con un linguaggio semplice. E fare luce su tematiche, come quelle sociali, spesso dimenticate.

Intervista a Oscar Maresca

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Ho letto la storia di Alessandra Bisceglia, della Fondazione e dei progetti portati avanti. Dopo alcune ricerche ho letto anche del Premio. Ho pensato fosse l’occasione giusta per poter condividere e portare all’attenzione della giuria un articolo che parla – non solo di disabilità – ma di integrazione, amore e passione verso lo sport.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Il compito di noi giornalisti è condividere e informare. Le buone notizie sono all’ordine del giorno, sta a noi darle il giusto spazio. Un Premio Giornalistico amplifica ancor di più quest’obiettivo. E aiuta chi fa il nostro lavoro a non dimenticare mai quale sia la strada giusta da seguire.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Quella di Matteo, tifoso dell’Inter non vedente ma sempre in prima fila a San Siro, è una di quelle che più mi ha emozionato. Matteo avrebbe tutti i motivi per stare seduto comodo sul divano di casa a fare il tifo per la sua squadra del cuore. Eppure preferisce mettersi in macchina con suo padre, farsi coinvolgere nella bolgia di San Siro e vivere quelle emozioni che solo uno stadio può regalarti. Mi ha ricordato che per essere felici, a volte, guardare non è necessario.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Credo che nel raccontare la disabilità non serva concentrarsi soltanto sulla sofferenza. Le difficoltà sono all’ordine del giorno, quello che conta è saper reagire. Ognuno di noi lo fa a modo proprio. La vera sfida è provarci ogni giorno e riuscirci.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Con Matteo non è stato subito facile instaurare un rapporto di fiducia. Era un po’ restio a raccontare la sua storia e la sua condizione. Poi si è convinto senza che io aggiungessi nulla. Condividere il proprio percorso di disabilità è una scelta. Farlo significa aprirsi al mondo. Il giornalista è semplicemente un amico con cui fare una chiacchierata.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

È necessaria molta più attenzione alle tematiche sociali. Da parte dei giornali e non solo. Fare corretta informazione, rendere disponibili tutte le informazioni utili alle persone che ne hanno bisogno. E anche ascoltare le necessità delle famiglie che vivono con persone diversamente abili. Il nostro lavoro può aiutare e dobbiamo essere sempre pronti a farlo.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

L’intelligenza artificiale potrebbe rivoluzionare il mondo del giornalismo. Al pari di ciò che è riuscito a fare Internet. Al momento è uno strumento in via di sviluppo, che va compreso e regolamentato. Il fattore umano resta però imprescindibile.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Un buon giornalista deve informare senza mai allontanarsi dalla verità. In più, deve saper raccontare: una notizia, un fatto, una storia. Deve farsi guidare dalla curiosità e dalle emozioni. C’è una frase di Gianni Minà che amo ricordare, lui era convinto che un giornalista possa esprimere la sua vera identità solo attraverso gli altri. Ed è proprio così.

Intervista a Martina Martelloni

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Sono venuta a conoscenza del Premio attraverso una newsletter di giornalismo. Non partecipo quasi mai a premi e concorsi ma, in questo caso, ho pensato fosse la cosa giusta da fare per far conoscere ancora di più la storia di Carlotta, una bambina affetta da ittiosi arlecchino, malattia rara e ancora oggetto di molte ricerche in ambito medico.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Me lo auguro, sicuramente è una buona cassa di risonanza per arrivare a più persone possibili, anche a coloro che non gravitano nel mondo del giornalismo.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Non ho mai pensato ad una selezione di storie sulla base dell’impatto emotivo che hanno avuto su di me. Ho conosciuto e raccontato molte vite, in contesti completamente diversi tra loro. Eppure, credo che la storia di Yasamin, una giovane ragazza afghana conosciuta nel campo profughi di Lesbo, in Grecia, sia stata quella che più mi ha accompagnata per un certo periodo di anni.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Credo che esista solo l’autenticità del racconto di chi è protagonista di tale sofferenza.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Mi è capitato di dover misurare le parole o misurare le inquadrature delle immagini (foto e video) in quei contesti difficili dove la sicurezza delle persone incontrate – sia fisica che mentale- rischiava di essere messa a repentaglio proprio se raccontata la verità delle cose. In questi casi, per me, viene prima la dignità e l’integrità della persona. Sta a me e al mio lavoro, poi, il compito di raccontare, evitando che la persona che ha avuto fiducia in me rischi qualcosa per il solo fatto di aver parlato e condiviso.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Potrebbe essere molto di più di quello attuale.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Bisogna pensare all’intelligenza artificiale non tanto come un autore, ma come un possibile strumento anche in ambito giornalistico. Sta al professionista, poi, la capacità di manovrare questo ausilio senza però compromettere la propria serietà lavorativa.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Arrivare a più persone possibili, scuotere le menti, alimentare la    curiosità, aprire dibattiti e riflessioni sulla realtà circostante. Sensibilizzare e creare empatia.

Intervista a Marianna Grazi

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Ho conosciuto il Premio grazie a una collega, anche lei giornalista, che ha partecipato qualche anno fa e me ne ha parlato. Ho scelto di partecipare perché nel mio lavoro quotidiano di redattrice mi occupo spesso di temi quali la disabilità, la promozione dell’inclusione, le discriminazioni e, in generale, dell’ambito sociale, inteso come riguardante la società e le persone che la compongono.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Penso che ogni strumento di comunicazione, anche un premio giornalistico, perché no, possa contribuire alla sensibilizzazione su un dato tema, visto che comunque chi sceglie di partecipare lo fa consapevole e con la responsabilità di ciò che ha scritto o prodotto. In questo caso specifico la storia di Alessandra Bisceglia, la promozione del riconoscimento a suo nome, a mio parere spingono gli stessi giornalisti e giornaliste a una riflessione sull’opportunità di dare la giusta attenzione a certe tematiche, li portano magari ad occuparsene portando così alla luce testimonianze, storie, casi che altrimenti rimarrebbero nascoste nelle pieghe della società stessa.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Ci sono molte storie che mi hanno colpito in questi anni e che ho scelto di raccontare, ma una di quelle che mi è rimasta davvero nel cuore è l’intervista fatta a Paolo “Dong Dong” Camanni, un ragazzo che una grave malattia (il retinoblastoma bilaterale) ha reso cieco alla nascita, nato in Cina, abbandonato dai genitori e poi adottato da una famiglia umbra straordinaria (che oltre a lui ha adottato o preso in affido altri bambini e bambine, anche con disabilità) grazie all’intervento di un giornalista, Luca Vinciguerra. La cosa straordinaria è che grazie alla mia intervista, letta appunto dal giornalista che aveva trovato quel bambino e si era speso per la sua causa, fornendogli tutti i documenti per il viaggio, Paolo ha potuto conoscere la famiglia che l’aveva aiutato a venire in Italia, e con cui era stato 2 mesi. Oggi è un campione di judo a livello internazionale, un pianista incredibile, scout e tanto altro.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Credo che più che una ricetta esista un concetto che vada sempre tenuto ben impresso nella mente, ovvero il rispetto. Per la persona con cui e di cui si parla, perché anche questo è importante, ricordare che si tratta di esseri umani che hanno malattie o disabilità o condizioni, hanno e non sono. Secondo me, da professionista dell’informazione è poi fondamentale mettersi in dubbio, non dare per scontato di saper raccontare al meglio una cosa solo perché si lavora con le parole ogni giorno, chiedere prima come una persona vuole essere raccontata se possibile, fare chiarezza sui concetti da usare e, altra cosa fondamentale, evitare il più possibile il pietismo. Alcune persone soffrono già abbastanza ogni minuto della loro vita, non c’è bisogno di raccontarlo accentuando questo aspetto. E questo devo dire che ho imparato e sto ancora imparando a farlo, perché spesso è capitato anche a me di finire nelle maglie dell’abilismo o del racconto fatto solo per impietosire il lettore. Mea culpa.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Ho incontrato barriere non nel raccontare ma dopo aver raccontato, da persone esterne all’oggetto e ai soggetti della storia, che hanno criticato sia il modo di farlo (quando però la persona intervistata o chi per lei invece non ha avuto alcunché da ridire o anzi mi ha ringraziato per aver portato alla luce la loro vicenda) o, e questo è ancora peggiore, da chi ha commentato dicendo che di quella storia non importava a nessuno, non era di interesse pubblico e quindi era stato uno spreco di risorse/tempo raccontarla. 

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Negli ultimimissimi anni, diciamo dalla pandemia in poi, ho notato una maggior apertura del giornalismo (soprattutto online) verso le tematiche sociali. Manca ancora forse un’organicità nell’occuparsene, rimangono spesso questioni sporadiche, ma penso si stia dando finalmente uno spazio a questioni che prima rimanevano molto nascoste. Non è ancora abbastanza ma un passo avanti secondo me c’è stato.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Penso che l’intelligenza artificiale possa essere una risorsa indispensabile e debba essere considerata tale visto che il processo verso le nuove tecnologie è stato ormai avviato e non penso si possa fermare. Al momento però mancano gli strumenti e una regolamentazione chiara sull’utilizzo di questi, lasciando alle singole realtà giornalistiche l’onere di occuparsene. Con scarsi risultati d’insieme o, peggio, problemi ed errori che ad oggi fanno più clamore dei risultati positivi raggiunti.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Essere una buona giornalista secondo me significa mettermi a disposizione (non a servizio, non deve essere inteso come servilismo) della comunità, per fare da megafono a quello che succede con un’attenzione particolare a chi non ha voce. Nel rispetto di chi parla e nel rispetto di chi ascolta o legge, non con imparzialità ma con equilibrio, alla ricerca sempre della verità, bella o brutta che sia.

Intervista a Luca Ciciriello

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Ho scoperto il premio giornalistico intitolato ad Alessandra Bisceglia su alcune testate giornalistiche digitali. Dopo aver appreso la notizia e avendo realizzato un lavoro sui temi oggetto del bando, ho deciso di parteciparvi.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Certo. Può contribuire a orientare il lavoro dei professionisti sul campo e, quindi, promuovere alcuni temi.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Certamente la storia che ho raccontato nel pezzo con cui ho partecipato al Premio. Ma, sino ad ora, nella mia piccola carriera giornalistica mi ha molto colpito la storia di una donna vittima di violenze e abusi da parte del marito (oggi fortunatamente ex).

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Ascoltare profondamente e con consapevolezza la vittima di una sofferenza, entrare in empatia con lei ed essere, poi, onesto nel racconto.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

No, proprio perché ho cercato di mettere in pratica gli ingredienti di cui parlo sopra.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Così, così. Oggi il giornalismo è rapido, le notizie si consumano nell’arco di poche ore. Invece, le tematiche sociali necessitano di tempo per la comprensione e, quindi, per l’analisi e il racconto.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

In generale (e, quindi, anche per la comunicazione sociale) non credo che l’intelligenza artificiale possa essere un rischio per il giornalismo. Piuttosto, credo sia un supporto nel lavoro quotidiano, che permette di dedicare più tempo ad azioni (si pensi all’analisi, alla riflessione) per cui è importante l’attività umana. Se, ad esempio, l’intelligenza artificiale mi aiuta a rendere testo una nota vocale, questo mi consentirà di risparmiare ore di lavoro che riservo per lo sviluppo della notizia.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Ascoltare l’altro, decentrarsi ed essere di servizio alla comunità oltre che onesto e non parziale.

Intervista a Lavinia Sdoga

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Sono venuta a conoscenza del Premio Alessandra Bisceglia grazie alla comunicazione inviatami dal Master di Giornalismo dell’Università di Bologna (di cui sono studentessa).  

Mi è sempre piaciuto scrivere e trattare di temi sociali, in particolar modo di quello della disabilità: per questo ho deciso di prendere parte al concorso.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Credo vivamente di sì. Un Premio Giornalistico porta alla realizzazione di testi e prodotti informativi che, se trasmessi e veicolati nel giusto modo, possono suscitare all’interno della comunità una maggiore sensibilità e attenzione sui temi trattati.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

In questi due anni di Master ho avuto modo di trattare varie tematiche (sociali) e di raccontare diverse storie. In generale, a essermi rimasta più a cuore, è stata l’esperienza di Angelica, una giovane ballerina di venticinque anni che è riuscita a uscire dal tunnel dell’anoressia nervosa. L’articolo è uscito sul periodico InCronaca (testata del Master di Giornalismo dell’Università di Bologna) e s’intitola “Il peso della leggerezza. Quando la danza perde la sua poesia”.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?
Non lo so ma, qualora esista, non credo di conoscerla. Personalmente, credo che i racconti di sofferenza richiedano inevitabilmente un contributo soggettivo, una buona dose di pathos ed empatia. Non riesco a raccontare storie – specialmente se si tratta di storie di sofferenza – senza far percepire nel testo un mio coinvolgimento, una totale vicinanza e immersione rispetto a ciò di cui sto parlando.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?
Non particolarmente. Tuttavia, credo che quando si raccontano storie di questo tipo l’unica “accortezza” da tener sempre a mente riguarda la modalità di scrittura. Occorre raccontare con sensibilità e delicatezza, scrivere con garbo, non usare termini smodati, avere rispetto per la sofferenza altrui, essere contenuti e non sfociare nell’esagerazione (anche dal punto di vista del pathos, non strafare con toni eccessivamente struggenti).

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?
Abbastanza, ma forse se ne potrebbe dedicare ancor di più.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?
Entrambi. Sotto alcuni punti di vista credo sia un valore aggiunto, poiché può essere utilizzata per velocizzare e alleggerire alcuni aspetti del lavoro (vale a dire: aspetti che, appunto, possono essere svolti meccanicamente e in modo automatico). Tuttavia, nel giornalismo, vi sono compiti ed elementi per cui l’intelligenza artificiale non si potrà mai sostituire all’uomo; nel caso questo succedesse diventerebbe un rischio.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?
Raccontare la realtà per quella che è e informare la comunità in modo veritiero, giusto, corretto. Lo scopo del giornalista non è quello di suscitare scalpore o ricercare lo scoop, ma di trattare i fatti per quelli che sono, così da sensibilizzare e accrescere conoscenze nella comunità.

Intervista a Emanuele Bussa

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Sono venuto a conoscenza del premio tramite il sito web. Ho pensato che la storia che avevo appena pubblicato, riguardo il mio recente viaggio in Ucraina, potesse essere adatta a concorrere.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Non credo che un Premio Giornalistico da solo possa bastare, ma il continuo impegno a trattare queste tematiche e raccontare storie riguardo questo argomento, affrontato da punti di vista differenti, può sicuramente contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

La storia che mi ha segnato più profondamente è stata quella relativa al viaggio dei migranti dall’Italia alla Francia lungo il passo della Morte (pubblicata su Global Voices). Seguirli durante il loro viaggio al fine di comprendere tutte le sfide e gli ostacoli che hanno dovuto superare è stato davvero difficile emotivamente. Anche la storia riguardante la situazione dei civili in Ucraina mi ha segnato profondamente, soprattutto essere testimone della loro sofferenza senza poter fare nulla nell’immediato per aiutarli.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Non esiste ricetta per l’oggettività. Bisogna comprendere la situazione e raccontarla cercando di esplorare i diversi punti di vista. Ovviamente è impossibile rimanere impassibili di fronte alla sofferenza. Bisogna però ha il dovere di raccontarla attenendosi ai fatti reali, provando ad immedesimarsi, ma senza perdere di vista la realtà.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

A volte le stesse persone che soffrono non vogliono che qualcuno li veda in quelle condizioni e racconti il loro dolore. Quasi come se ne vergognassero. Spesso sono quindi queste stesse persone a porre ostacoli o barriere che non vogliono vengano superate.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Il giornalismo moderno fornisce uno spazio adeguato, ma, a mio parere, deve concentrarsi di più sulle persone, ponendole al centro della storia, per poi raccontare l’intero contesto.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

L’intelligenza artificiale così come i social media possono essere sicuramente un valore aggiunto. Tuttavia è necessario stabilire delle regole precise da dover seguire. Il rischio più grande è la diffusione di fake news.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Mi è stato insegnato che il giornalismo riguarda le persone. Una buona storia deve essere sempre incentrata su una persona o su un gruppo di persone. Essere un buon giornalista significa essere interessato a conoscere chi ti sta davanti, confrontarsi e discutere. In pratica essere in grado di rapportarsi e lavorare con altre persone, sempre nel massimo rispetto reciproco. Solo in questo modo si può crescere individualmente e professionalmente.