Intervista a Greta Ubbiali

Greta Ubbiali, classe 1988, giornalista e conduttrice radiofonica. Originaria di Bergamo, dopo essersi laureata in lingue straniere moderne all’Università di Bologna, nel 2012 inizia a lavorare per alcune radio di Milano. In seguito, cominciano le collaborazioni con testate web e giornali locali. Tra il 2018 e il 2019 partecipa alla stesura degli ebook “Donne di futuro” e “Un’impresa da donna” di Alley Oop, blog del Sole 24 Ore. Oggi vive a Torino e si occupa di economia, finanza e trend della generazione Millennial.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Sì, molto. Le sfide però sono sempre positive per me perché mi mettono a confronto con situazioni nuove da cui ho sempre qualcosa da imparare. In particolare raccontare il mondo delle ricerca scientifica che sta dietro le malattie rare ha significato per me conoscere meglio una realtà per cui nutro molto rispetto: quello della ricerca italiana.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Purtroppo non quanto ne avrebbe bisogno perché si dà maggiore spazio ad altri argomenti più all’ordine del giorno. Una corretta informazione e sensibilizzazione sui temi sociali però sul lungo periodo aumenterebbe anche la qualità del dibattito pubblico.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Da una parte si scelgono. Sul fronte della narrazione della notizia la scelta delle parole può fare la differenza nel coinvolgimento del lettore, per esempio. Dall’altra però ci sono delle terminologie – penso al linguaggio clinico per esempio – che bisogna rispettare e adottare con rigore nei casi che lo richiedono come quello delle malattie rare. Solo così si può restituire una rappresentazione del fatto più vicina alla verità possibile ma comunque comprensibile al lettore.

Le notizie devono essere sempre nuove?

No, non penso. Anzi credo che che la rincorsa all’ultimo aggiornamento o alla breaking news non faccia sempre bene all’informazione. Bisognerebbe lasciare più spazio all’approfondimento e all’analisi, al cosiddetto “giornalismo lento”. Questo può significare anche andare a rispolverare notizie del passato, ragionarci ancora ma con nuove prospettive per “unire i puntini”. Così nascono contenuti che sono nuovi, ma soprattutto utili.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Dovrebbero essere servizi pubblici perché informare è un dovere ma è anche un diritto del cittadino, sappiamo però che i prodotti editoriali devono sottostare alle regole del mercato. Penso comunque debbano sempre preservare la loro autorevolezza. Una caratteristica importante, che i lettori riconoscono e premiano nel tempo. In periodi di trasformazione, come quello attuale, la stima che le testate hanno saputo costruire negli anni può fare la differenza garantendo la fedeltà del lettore.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

È un o una professionista che nel portare avanti il suo lavoro non dimentica mai le regole deontologiche. Che rispetta sempre il lato umano della notizia, soprattutto quando il tema che affronta riguarda la salute. Un buon giornalista è una donna o un uomo che si approccia alle fonti e ai suoi intervistati con rispetto. E lo stesso rispetto lo porta anche nei confronti dei lettori.

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