Intervista ad Angela Zurzulo

Angela Zurzolo è giornalista pubblicista, attualmente iscritta, tramite procedura di ricongiungimento, all’albo dei praticanti.
Storyteller e video-giornalista, ha conseguito un diploma di master grazie a una borsa di studio del Sole24Ore in “Informazione multimediale e giornalismo politico-economico”.
Laureata in Lettere di Scienze Umanistiche alla Sapienza, ha più di 10 anni di esperienze professionali all’attivo, tra cui:
– WeWorld-GVC Onlus (ong operante nella cooperazione allo sviluppo in oltre 25 paesi del mondo)
– communication officer;
– Ministero Affari Esteri (ufficio comunicazione DGPCC);
– Osservatorio Iraq Medio Oriente e Nord Africa, il giornale di Un Ponte Per…
– Rondine Onlus (ufficio comunicazione e stampa dell’associazione www.rondine.org. Progetto Venti di pace su Caucaso. Visite ai campi profughi, alle case dei civili e alle istituzioni religiose, alle università e ai governi, in Azerbaijan, Armenia, Turchia, Georgia);
– Cooptelling, i miei foto e video reportage sulla cooperazione;
– Alleanza delle cooperative italiane;
– Legacoop Nazionale, ufficio comunicazione e stampa.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Confrontarsi con il giudizio di una giuria su un lavoro di reportage illustrato che tratta un tema così specifico e delicato intimorisce ma credo sia necessario, così come lo è il feedback dei lettori, affinché il cerchio della paura si chiuda. Di quale cerchio sto parlando? È iniziato quando mi sono ritrovata di fronte questa madre di una giovane donna che ha pronunciato per la prima volta la parola “sindrome del chiavistello”, e non si è mai dissolta. È la paura, la certezza, dell’inadeguatezza delle parole di fronte a un simile dolore. Dal momento in cui ho raccolto quella testimonianza, così come le altre, si è aperto un cerchio che comprende la responsabilità del dover tradurre un’esperienza per la maggior parte inconcepibile in storia condivisa. Condivisa ed attuale. Perché oggi, mentre un intero paese si chiude dentro casa per paura del coronavirus, non posso non pensare al fatto che per descrivere la condizione di questa ragazza e per definire quella di chi vive rinchiuso in casa stiamo utilizzando termini affini: lockdown e locked-in. E per quanto distanti anni luce queste esperienze non sono incomunicabili e non lo sono perché, per quanto il dolore e la paura possano dividerci e vederci protagonisti su fronti totalmente opposti, non c’è distanza che l’empatia non possa coprire per avvicinare chi sperimenta in piccola misura una condizione e chi invece la vive in maniera permanente. In questo senso, tutte le storie che narro ambiscono a essere riraccontate: raccontate ancora nel tempo, nello spazio, da me, da voci diverse, dai diretti testimoni di quella esperienza. Perché è un circolo ermeneutico che non si chiude mai e che è infinitamente perfettibile ma nel quale ognuno di noi è necessario e indispensabile. Perciò il giudizio della commissione sarà senz’altro da stimolo per migliorare questo processo.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Le rispondo con un’altra domanda: siamo in grado di fare comunicazione sociale e di farla bene? Io credo che ci siano diversi professionisti in grado di occuparsene bene ma che spesso le testate non li riconoscano perché i nostri media sono inquinati da troppo altro. E tuttavia la comunicazione sociale ha una forza e una tale capacità di arrivare che consente di superare quelli che sono i comuni ostacoli costituiti dalla notiziabilità e dalle logiche del mainstreaming. La mia ambizione piú grande è quella di riuscire a rispettare l’etica professionale e lo stile della comunicazione sociale per rendere quelle esperienze di vita che non sono attenzionate da nessuno ciò che davvero sono: Testimonianze uniche e irripetibili che meritano ascolto e comprensione.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Quando ho scritto questo reportage non pensavo di partecipare al PGAB ma le parole non sono mai già scelte. Si scelgono e si continuano a scegliere sempre. Ci si continua ad interrogare sempre su di esse. E soprattutto viene voglia di sceglierle ancora. E scrivere e riscrivere, ancora e ancora anche la stessa storia, per dimostrare che la voce di chi rischia di rimanere indietro ha energie inesauribili e risorse che raccontano di una umanità capace di scorgere coraggio e resistenza anche nella piú dura delle condizioni.

Le notizie devono essere sempre nuove?

Ho inconsapevolmente anticipato un po’ la sua domanda. Le notizie devono essere sempre nuove. Eppure spesso fanno i conti con un sistema dell’informazione monotematico che lascia indietro temi importanti per poi ritrovarsi privo di strumenti e di esperienza a confrontarsi, magari solo nell’emergenza, con temi difficili e che riguardano tutti, come quello della salute, della disabilità, etc… Ciò produce spesso disorientamento e una informazione approssimativa, incapace di dare punti di riferimento e di offrire al pubblico la possibilità di creare autonomamente una chiave interpretativa individuale e collettiva dei fatti e degli avvenimenti.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Mi piace non generalizzare perché rimane pur vero che esistono ancora oggi testate e testate. Stanno, peró, innegabilmente ibridandosi sempre piú.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Un buon giornalista è colui o colei che sceglie di raccontare anche quando è scomodo farlo; colui o colei che sceglie cosa scrivere e cosa non scrivere, anche a dispetto degli esiti che ciò possa avere sulla sua personale carriera; colui o colei che sceglie come raccontare, sempre nel rispetto della volontà e della dignità degli intervistati e delle persone coinvolte. In ultimo, un buon giornalista è colui che sparisce nelle storie altrui e riemerge solo per dar loro senso e un quadro di insieme.

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