Intervista a Carlo Bellotti

1. Cosa ti ha spinto a partecipare a un Premio Giornalistico con un tema così specifico e qual è il significato di questa esperienza per te?

Volendo raccontare l’incredibile storia delle suore sacramentine non vedenti di Tortona, prima comunità ecclesiastica al mondo ad aprire le proprie porte a persone con questa disabilità, il Premio è stata l’occasione perfetta. L’esperienza dell’incontro con queste religiose, vivere le loro difficoltà ma anche l’estrema serenità e felicità nel vivere è stato veramente toccante, mi ha lasciato molto

2. In che modo le storie di vita reale possono influenzare l’opinione pubblica sulle questioni sociali?

Quando si affrontano tematiche importanti a livello sociale spesso c’è il rischio che la questione rimanga astratta, senza coinvolgimento da parte delle persone e quindi suscitando scarso interesse. Nel momento in cui una storia reale viene raccontata per esemplificare una problematica, questa genera empatia, emozioni e rimane meglio impressa nella memoria di chi ascolta. Per questo riuscire a dare voce alle persone che soffrono o che posso descrivere con le loro storie cosa è accaduto è fondamentale per la nostra società

3. Qual è la tua opinione sull’importanza di dare voce a chi non ce l’ha nel contesto della comunicazione sociale?

Il lavoro del giornalista è, e deve sempre essere fondamentale proprio per questo: difendere i più deboli, coloro che non sono rappresentati da nessuno e che invece meritano di poter esprimere i loro disagi o i problemi che si trovano ad affrontare senza che nessuno permetta loro di parlare o di denunciare determinate situazioni

4. Ritieni che le testate giornalistiche abbiano la responsabilità di educare il pubblico su temi sociali? Perché?

Perché il giornalista è sempre stato il filtro tra ciò che accade e la comunità: dovendo mantenere l’oggettività e la continenza verbale, verificare le fonti per inseguire sempre e solo la verità, è tra i principali soggetti che può indirizzare l’opinione pubblica su certi temi. Se il lavoro è svolto nel modo corretto, questo può fare la differenza nella crescita degli individui della società riguardo a determinati argomenti, vissuti e raccontati con imparzialità

5. Come si può mantenere un equilibrio tra il sensazionalismo e l’oggettività quando si trattano argomenti delicati?

Per quanto vivere certe storie coinvolge noi giornalisti in prima persona, che come tutti quanti ci emozioniamo e dobbiamo affrontare le nostre sensazioni, l’unico modo per non sbagliare è seguire la deontologia come fosse un faro, per evitare di perdere lucidità o la propria imparzialità, ma soprattutto rispettare chi ci affida la sua storia e il suo vissuto

6. Quali sono le sfide maggiori che affronti nel raccontare storie relative a tematiche sociali?

Penso che le sfide maggiori rimangono dentro di noi quando affrontiamo certe tematiche e con i nostri occhi assistiamo a situazioni fuori dalla norma, in positivo e negativo. Mantenere la lucidità, non farsi trasportare né inghiottire dalle emozioni, senza però perdere l’umanità o il rispetto verso chi si ha di fronte 

7. Come vedi il ruolo dei social media nel promuovere la comunicazione sociale e nell’influenzare il giornalismo tradizionale?

Ormai l’avvento dei social media sta spostando sempre di più i cittadini al centro dell’informazione, come fonti dirette, rendendo molto semplice ottenere video o fotografie di un fatto in tempi brevissimi. Chiunque può immortalare un momento con il proprio telefonino, rendendo tutti possibili “reporter” di un fatto. Questa trasformazione ha cambiato ancora una volta il mondo dell’informazione. I Social possono essere sicuramente un ottimo strumento, ma il giornalismo sarà e deve essere sempre il filtro attraverso il quale descrivere la realtà nel modo più corretto possibile, senza sensazionalismi o essere di parte

8. In che modo la formazione e l’aggiornamento professionale possono migliorare la qualità del giornalismo sociale?

Negli anni il giornalismo ha sempre continuato a innovarsi e aggiornarsi per trattare al meglio diversi temi, soprattutto sociali. Per i giornalisti è fondamentale seguire le linee guida che dettano i comportamenti da tenere e il linguaggio più appropriato per trattare argomenti spesso delicati, come capita nel sociale. Basti pensare a come è cambiata l’informazione dopo la Carta di Roma o quella di Treviso, per citarne alcune. Il modo in cui ci rapportiamo alle notizie deve essere sempre mirato al rispetto della dignità personale, qualunque sia il tema affrontato, e aggiornare le proprie competenze è un passo fondamentale per riuscire a raccontare il mondo intorno a noi

9. Come é venuto a conoscenza del Premio giornalistico?

Tramite annunci su internet e per la segnalazione fatta dalla Scuola di Giornalismo di Perugia

Intervista a Anna Arnone

1. Cosa ti ha spinto a partecipare a un Premio Giornalistico con un tema così specifico e qual è il significato di questa esperienza per te?

Il giornalismo ha prima di tutto una funzione civile: offre la possibilità di ampliare l’orizzonte su realtà spesso ignorate o marginalizzate. Partecipare a questo premio rappresenta un’opportunità per valorizzare storie e volti. Infine, ma non meno importante, costituisce un’occasione di confronto con colleghi che condividono lo stesso impegno verso una comunicazione etica e responsabile.

2. In che modo le storie di vita reale possono influenzare l’opinione pubblica sulle questioni sociali?

Le storie vere parlano al cuore prima ancora che alla mente. Rendono concreti temi che altrimenti resterebbero astratti, permettendo al pubblico di immedesimarsi e comprendere meglio le dinamiche complesse di certe situazioni. Una buona narrazione può smuovere tante coscienze.

3. Qual è la tua opinione sull’importanza di dare voce a chi non ce l’ha nel contesto della comunicazione sociale?

Dare voce a chi non ne ha è, a mio avviso, uno dei compiti fondamentali del giornalismo. Significa rompere il silenzio attorno a storie che contano, offrire uno spazio di ascolto e legittimazione, contribuire a una società più equa e inclusiva.

4. Ritieni che le testate giornalistiche abbiano la responsabilità di educare il pubblico su temi sociali? Perché?

L’informazione non è solo cronaca ma è anche formazione civica. Le testate hanno la possibilità – e il dovere – di aiutare le persone a comprendere i fenomeni sociali, promuovendo consapevolezza e senso critico.

5. Come si può mantenere un equilibrio tra il sensazionalismo e l’oggettività quando si trattano argomenti delicati?

Serve rigore, rispetto e onestà. Il racconto deve essere coinvolgente, ma senza mai spettacolarizzare il dolore o semplificare eccessivamente. Dare profondità, contesto e voce diretta ai protagonisti è la chiave per evitare derive sensazionalistiche.

6. Quali sono le sfide maggiori che affronti nel raccontare storie relative a tematiche sociali?

Una delle sfide principali è il rischio di strumentalizzazione o di rappresentazioni stereotipate. Un’altra, oltremodo importante, è ottenere la fiducia delle persone coinvolte che spesso hanno vissuto esperienze traumatiche o marginalizzanti. Infine, c’è sempre il rischio che questi temi restino ai margini dell’agenda mediatica.

7. Come vedi il ruolo dei social media nel promuovere la comunicazione sociale e nell’influenzare il giornalismo tradizionale?

I social media possono amplificare storie importanti e raggiungere un pubblico nuovo, ma presentano anche rischi di polarizzazione e superficialità. Il giornalismo tradizionale può trarne vantaggio solo se riesce a mantenere la propria autorevolezza e profondità, sfruttando i social come strumenti e non come fine.

8. In che modo la formazione e l’aggiornamento professionale possono migliorare la qualità del giornalismo sociale?

La formazione è fondamentale per sviluppare competenze non solo tecniche ma anche etiche e culturali. Affrontare temi sociali richiede sensibilità, conoscenza delle dinamiche in gioco e capacità di ascolto. L’aggiornamento continuo aiuta a evitare semplificazioni e a utilizzare un linguaggio rispettoso e inclusivo.

9. Come é venuto a conoscenza del Premio giornalistico?

Ne sono venuta a conoscenza leggendo sul sito del CNOG e ho subito sentito che rispecchiava il tipo di giornalismo in cui ciascun professionista crede: attento, umano e orientato al cambiamento sociale.

Intervista a Alessandra Moreschini

1. Cosa ti ha spinto a partecipare a un Premio Giornalistico con un tema così specifico e qual è il significato di questa esperienza per te?

Da sempre ho a cuore questi temi, avendo anche fondato un’associazione per il superamento delle barriere architettoniche e sensoriali (Ass. Festival per le città accessibili). È proprio grazie alla mia rete di conoscenze che ho coltivato negli anni di volontariato che ho conosciuto Simonluca Carletti, ragazzo con la distrofia muscolare di Duchenne, scrittore di romanzi fantasy. Una storia che andava raccontata e che ho potuto condividere grazie all’aiuto di Libero Stracquadanio. Entrambi conserviamo l’incontro con Simonluca e credo che avere questa sensibilità ci aiuterà molto nella nostra futura professione di giornalisti. Inoltre, la partecipazione al premio è un’opportunità in più per condividere e far conoscere la storia di Simoluca.

2. In che modo le storie di vita reale possono influenzare l’opinione pubblica sulle questioni sociali?

Entrare a stretto contatto con le persone, entrare nelle loro case e poter raccontare le loro storie da vicino è la maniera più forte per fare informazione su questi temi. Spesso si pensa alle malattie e alle disabilità astraendole dalla concretezza della quotidianità. Le stesse barriere architettoniche, per esempio, non sono comprensibili per le persone che non hanno mai fatto esperienza di una gamba ingessata. L’informazione può aiutare a far comprendere che quella barriera è un ostacolo non solo per chi ha una disabilità motoria, ma per tutta la società. Il percorso per questa comprensione è lungo e richiede la conoscenza delle tante storie, tutte diverse, di chi malattie e disabilità le vive sulla propria pelle.

3. Qual è la tua opinione sull’importanza di dare voce a chi non ce l’ha nel contesto della comunicazione sociale?

Il giornalismo, oltre a fare un’informazione basata sulla verità, dovrebbe essere la cassa di risonanza per tutte le istanze sociali che spesso rimangono inascoltate, soprattutto dalla politica. Da una parte, quindi, il giornalismo potrebbe essere importante per arrivare a traguardi politici in materia di salute, dignità e diritti. Dall’altra un buon giornalismo, sensibile a queste tematiche, è fondamentale per costruire un’opinione pubblica consapevole e pronta a salvaguardare i diritti di tutte le persone.

4. Ritieni che le testate giornalistiche abbiano la responsabilità di educare il pubblico su temi sociali? Perché?

Tutti i giornali dovrebbero dedicare parte della propria testata ad approfondimenti su temi sociali. Perché è quella la realtà del nostro Paese, è quella la quotidianità della maggioranza della popolazione che vive sulla propria pelle o su quella di un proprio familiare una malattia o una disabilità. Le testate giornalistiche hanno la responsabilità di raccontare con chiarezza e senza cadere nel sentimentalismo storie per troppo tempo lasciate ai margini. E che invece ci riguardano.

5. Come si può mantenere un equilibrio tra il sensazionalismo e l’oggettività quando si trattano argomenti delicati?

Far vedere e raccontare tutto per come è, senza il bisogno di troppe mediazioni. Lasciare che sia lo spettatore, il lettore o l’ascoltatore a farsi commuovere, senza dover edulcorare il racconto. L’empatia è certamente importante, ma deve essere reale. Il giornalista deve, in prima persona, essere coinvolto dalla storia che sta raccontando e capirne l’importanza di raccontarla. Una parola, credo, vada tenuta a mente: dignità.

6. Quali sono le sfide maggiori che affronti nel raccontare storie relative a tematiche sociali?

Credo che i media non siano pronti fino in fondo a un racconto onesto delle disabilità. Anche in televisione, sia in servizi giornalistici che di approfondimento, si vedono raramente storie un po’ più complesse, che si cercano di abbellire in ogni modo. Trovare un compromesso tra quello che “si può far vedere” e quello che invece vedi nella realtà non è così semplice. Ma la sfida più importante credo sia quella di trovare degli editori e dei direttori che consentano di trattare approfonditamente certe tematiche. C’è troppa poca sensibilità.

7. Come vedi il ruolo dei social media nel promuovere la comunicazione sociale e nell’influenzare il giornalismo tradizionale?
Molto positivamente. I social hanno consentito la condivisione di tutte quelle storie che non riuscivano a passare per i canali tradizionali. Su instagram posso imparare la lingua dei segni, seguire i viaggi di un’influencer in carrozzina, sostenere una ragazza con una malattia rara. Quando questi profili ricevono “traffico” notevole, poi dai social queste storie passano nei giornali e telegiornali. Quindi ben vengano i social, ma ai giornalisti poi il compito di fare informazione e approfondimento.

8. In che modo la formazione e l’aggiornamento professionale possono migliorare la qualità del giornalismo sociale?
Mettere in rete conoscenze e pratiche è la chiave per crescere professionalmente. La formazione in questo settore è fondamentale, vista la rapidità del progresso tecnologico e delle piattaforme digitali. Per quanto riguarda questo tema specifico credo che serva anche ad uscire dalla propria bolla.

9. Come sei venuto a conoscenza del Premio giornalistico?

Sono venuta a conoscenza del premio attraverso la Scuola di Giornalismo di Perugia, che attualmente frequento insieme a Libero Stracquadanio. Quando abbiamo letto il bando abbiamo pensato che potesse essere un’occasione preziosa per far viaggiare ancora un po’ più lontano la fantastica storia di Simonluca.

Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia, pubblicato il bando per la nona edizione

30 ottobre 2024

COMUNICATO STAMPA

Le candidature per partecipare al concorso dovranno essere presentate entro il 30 aprile 2025. Confermata la formula a due sezioni introdotta lo scorso anno. Ai vincitori un premio di 1500 euro

Stimolare e promuovere la comunicazione sociale sulle malattie rare, alimentare un giornalismo che sappia utilizzare il giusto linguaggio per raccontare sfide, sofferenze, storie di inclusione o di integrazione per i diversamente abili, senza trascurare l’attenzione all’evidenza scientifica. Sono gli obiettivi del Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia per la comunicazione sociale, dedicato alla memoria della giornalista lucana scomparsa nel 2008 a 27 anni per una patologia vascolare rarissima.

Oggi 30 ottobre, proprio nel giorno del compleanno di Ale, è stato pubblicato il bando partecipare alla nona edizione del concorso, promosso dalla dalla Fondazione Alessandra Bisceglia e dall’Università Lumsa di Roma e rivolto a giornalisti di età non superiore ai 35 anni, pubblicisti, professionisti o frequentanti Scuole di Giornalismo riconosciute dall’Ordine.

Confermata, quindi, la formula a due sezioni introdotta in occasione dell’ottava edizione: “Giornalisti professionisti, praticanti, collaboratori, freelance” e “Studenti dei Master e delle Scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine dei giornalisti”.

La dotazione del Premio è di tremila euro, da dividere in due premi del valore di 1500 euro ciascuno, da assegnare ai vincitori delle due sezioni. Previsto, inoltre, un riconoscimento speciale alle testate che si sono distinte nella diffusione e nello sviluppo dei temi del bando. L’assegnazione dei premi e dei riconoscimenti, che saranno consegnati nel corso di un evento che si terrà a settembre del 2025, sarà determinata da una giuria composta da rappresentanti dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, della Lumsa e del Comitato Promotore del Premio.

Per partecipare gli interessati dovranno presentare la candidatura a mezzo raccomandata o via posta elettronica entro il 30 aprile 2025 e secondo le modalità indicate nel bando, consultabile e scaricabile sul sito internet della Fondazione Alessandra Bisceglia. Possono concorrere “i servizi in lingua italiana pubblicati su quotidiani, agenzie di stampa, settimanali, periodici, testate e siti online e servizi e rubriche radiotelevisivi, podcast e multimediali sul web, foto e graphic novel di carattere giornalistico, pubblicati, trasmessi o diffusi nel periodo compreso tra il primo marzo 2024 e il primo marzo 2025, che abbiano attinenza con l’informazione sociale riferita alle tematiche espresse nel bando”.

Intervista a Alessandra Arini

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Attraverso il bando divulgato dal Master in Giornalismo dell’Università di Bologna.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Non ne ho ovviamente certezza per quanto riguarda l’effetto mediatico, però può rafforzare anche la sensibilità di chi vi partecipa. Saper di poter ‘competere’ attraverso tematiche sociali, vuol dire anche credere che questi temi, spesso bistrattati, siano avvincenti e ‘vincenti’.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

La storia di un anziano che, non trovando prezzi sostenibili di affitto, ha scelto di vivere prima per strada e poi in aeroporto e lì ha trovato un’umanità bella, inaspettata, che lo ha sconvolto. In una scelta complessa e non facile, c’era la sorpresa di una vita là dove non se lo aspettava ,

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

No, però potrebbe essere uno spunto immaginare come lettore ideale proprio il protagonista di quella storia, che non vorrebbe toni enfatici e drammatici che accontentino i like qualcun’altro. Ma nitidezza, dignità e normalizzazione del proprio vissuto.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Personali, soprattutto. O meglio da parte dei soggetti che nel mio piccolo avevo intenzione di ‘raccontare’. A volte, si pretende (anche per un legittimo tornaconto di notizie) che l’altro condivida renda pubblica un pezzo della sua storia, ma non è così scontato, nè di fatti un dovere .

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Penso che le storie siano in generale una possibilità per il giornalismo, che si sta concentrando appunto  sullo storytelling. Tuttavia, gli viene ancora riservato uno spazio marginale e relegato al racconto da ‘terzo settore’.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Entrambe. Però, per raccontare le persone, occorre sicuramente uno sguardo e un mettersi nei panni che difficilmente la tecnolgia può riprodurre. Non escludo tuttavia che un giorno possa rivelarsi più sensibile e precisa della capacità limitata e a volte egoriferita degli umani (a volte troppo ingombrati dai pensieri personali, appunto).

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Raccontare tutti, senza partigianerie. Provare, dove possibile, a entrare nell’anima delle cose e raccontare il necessario e anche il non necessario, in cui però si può nascondere una ‘bella storia’. Non pensare (anche se è difficile) che la fama equivalga ad aver fatto un buon lavoro, ma credere di essere un bravo giornalista anche in una piccola città, trovando piccole cose che cambiano piccole vite.

Intervista a Luisa Venturin

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Ho saputo del Premio tramite i social network ed il sito dell’Ordine dei Giornalisti. Ho pensato di partecipare perché credo sia importante raccontare l’impegno di persone come Giuseppe che, vivendo in prima persona la disabilità, si adoperano per rendere la collettività, e in particolare i giovani, sempre più consapevoli a riguardo; affinché ciò non sia più considerato un “tabù”.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Sì, ritengo che sia un contributo prezioso che arricchisce la comunità. Tutto ciò che favorisce il confronto e la condivisione, a mio modo di vedere, è fonte di crescita per la società.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Il servizio accende i riflettori sulla storia personale di Giuseppe Flore, giovane veronese di 34 anni, disabile fin dalla nascita in quanto affetto da spina bifida. Un ragazzo che, affidandosi alla forza della scrittura, dando vita alla sua prima opera autobiografica, ha deciso di raccontare la propria infanzia e le tante esperienze vissute negli anni, conducendo così il lettore in un viaggio alla scoperta del mondo della disabilità, ma al contempo di accessibilità e inclusione nei luoghi di lavoro. Desiderio di Giuseppe è infatti quello di parlare sempre più, in particolare con i giovani, di questa realtà proprio per contrastare la frase che, fin da bambino, si è sempre sentito dire in riferimento al suo modo insolito di camminare: “Zitto che ti sente”. Così è nato il suo primo omonimo libro che, come l’autore racconta vuole essere un inno a non tacere.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

A mio avviso non esiste una “ricetta” preconfezionata. L’importante è seguire la deontologia professionale, che è ciò che caratterizza l’attività e l’operato di un giornalista.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

No, non mi è mai successo di incontrare barriere; esprimendosi con onestà, imparzialità e seguendo quanto indicato dalla deontologia professionale, punto sempre a svolgere un buon lavoro, raccontando anche quello che a volte può essere umanamente triste.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Penso che si potrebbe implementare ulteriormente quanto già viene fatto, a partire dall’affrontare tali tematiche anche in sede di esame professionale, così da accrescere la consapevolezza di chi sogna un futuro in questo settore su tali tematiche.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Ritengo che l’intelligenza artificiale possa essere un valore aggiunto comportando un’evoluzione anche nel campo della comunicazione così da accrescere ulteriormente la diffusione delle tematiche sociali.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Un buon giornalista è a mio avviso una persona che svolge il proprio lavoro con onestà, imparzialità, seguendo sempre quanto indicato dalla deontologia professionale. Un professionista che, con passione, si adopera a favore della comunità per raccontare quanto accade.

Intervista a Lamberto Rinaldi

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Sono due anni che partecipo al Premio Giornalistico Alessandra Bisceglia, conosciuto attraverso i social e il sito dell’Ordine dei Giornalisti. Grazie a questa partecipazione ho potuto conoscere non solo un concorso, ma anche un’associazione e tanti colleghi che svolgono con passione e determinazione il loro lavoro, parlando di temi spesso sottovalutati, facendo informazione e sensibilizzazione.

Ho deciso di partecipare per mettermi alla prova, innanzitutto, e per riflettere su quello che sto facendo. Partecipare al premio è stata infatti l’opportunità per guardare il mio operato, interrogarmi sui temi che affronto, sulle parole che uso, sull’impatto che possono avere i miei articoli. È stata una sfida bella, interessante ma soprattutto utile.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Secondo me sì, perché può spezzare il silenzio che ruota intorno a determinati argomenti, dare visibilità alle questioni sociali, informare, sensibilizzare ed educare a determinati temi. Un premio come il vostro, poi, ha il merito di creare una comunità, uno spazio di confronto e di condivisione, che può spingere a un diverso impegno professionale e non solo.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Quella con cui ho partecipato a questa edizione del premio, la storia di Maurizio Castelli, il portiere con la protesi che insegue i suoi sogni sul campo di calcio mi ha dato una carica e gioia inaspettata. La forza con cui Maurizio rispondeva alle mie domande mi è rimasta impressa, così come la sua tranquillità, la sua determinazione. Ma ce ne sono tante altre, storie nascoste, che rischiano di rimanere nell’anonimato e che invece meritano di essere raccontate: come Maurizio, che a Faleria, il mio paese, dopo aver perso tutto ha creato la bancarella di libri più piccola del mondo o la storia del Pineto United, squadra di richiedenti asilo di Roma Nord nata grazie alla passione e alla determinazione di tanti, uomini e donne. E poi la nazionale di pazienti psichiatrici, la “Crazy for Football” oppure Vincenzo, pescatore di uomini di Lampedusa. Siamo pieni di storie da raccontare.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Non so se esista una ricetta sicura, infallibile, per raccontare la sofferenza. Di certo penso che si debba raccontare con equilibrio e rispetto, mettendo al primo posto la dignità della persona o delle persone coinvolte, stimolando riflessioni e cercando l’empatia di chi legge, sì, ma senza perdere di vista l’equilibrio tra emozione e fatti

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Le barriere che ho incontrato, spesso, erano barriere che costruivo io stesso. Avevo timore di poter toccare ferite, cicatrici, momenti che era meglio non toccare. Forse l’ho fatto per inesperienza, per scarsa convinzione, ma come dicevo prima ho cercato sempre di mettere al primo posto il rispetto della persona e non inseguire il titolo, la notizia, il sensazionalismo a tutti i costi.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Secondo me sì, anche grazie all’evoluzione dei media, alla digitalizzazione e all’arrivo di nuove generazioni di giornalisti, più attenti e più vicini a determinate tematiche. Nel panorama giornalistico di oggi non esistono più solo le grandi piattaforme, i grandi giornali e le grandi agenzie, esistono anche blog, siti, spazi di informazione spesso gestiti dal basso, con progetti e idee diverse. Mi piacerebbe fare un nome, a questo proposito, di una giornalista che ho potuto scoprire proprio grazie al vostro premio: Simona Berterame, di FanPage. Le sue inchieste, i suoi video, la sua capacità di raccontare storie sia con le parole scritte che con le immagini, rappresenta bene una sensibilità nuova verso le tematiche sociali e non solo.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Le potenzialità dell’IA sono incredibili e possono tornare utili a diversi settori, anche a quello del giornalismo. Come tutte le cose, però, serve conoscenza, informazione, comprensione. Bisogna capire quali rischi si corrono per quanto riguarda la qualità e l’accuratezza dell’informazione, l’utilizzo di dati personali, la diffusione di fake news, di immagini e video manipolati. Non ultima, poi, c’è la questione posti di lavoro. Rimane però uno strumento che può essere veramente un valore aggiunto per la nostra professione. Basta saperlo conoscere e usarlo nella maniera corretta.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Sono due i motti a cui mi rifaccio per provare a essere, innanzitutto io, un buon giornalista. Il primo è di Gianni Mura: “Saper fare un uovo in padella non fa di me uno chef”. Il secondo è “Andare, guardare, cercare di capire, raccontare”. Con il tempo di internet tutti possono essere giornalisti, scrivere articoli, riportare notizie. Per farlo in maniera vera, positiva, bisogna avere spirito critico, bisogna uscire, non restare incollati a uno schermo, scavare e svelare, ascoltare e cercare. Solo così le storie, le persone, i luoghi, saranno raccontati in maniera vera.

Intervista a Clarissa Rachele Poli

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Sono venuta a conoscenza del Premio tramite la newsletter dell’Ordine dei giornalisti della Toscana. Ho scelto di partecipare poiché ritengo che il lavoro fatto con Alessia, e in generale quello portato avanti con la testata Plaple TV, possa essere da stimolo a tanti che vivono momenti di difficoltà. La scelta editoriale mette l’accento sulla possibile soluzione, sulle storie di chi si impegna ogni giorno, andando oltre la semplice denuncia del problema.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Credo che gli esempi positivi possono fare la differenza. Ogni progetto, editoriale ma non solo, può contribuire a generare il cambiamento. Se si convince anche una sola persona che è possibile, vale la pena impegnarsi. Non esiste il tanto o il poco, esiste il fare e l’impegnarsi.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Ci sono state due storie che in particolare mi hanno colpito. Quella di Alessia sicuramente, poichè una ragazza che ha subito e vissuto tanta sofferenza, ma che ha scelto di farne la sua forza e di lasciare nel mondo un’impronta positiva, sorprendendo tutti quelli che hanno cercato di tarparle le ali.

Un’altra storia che mi ha colpito è quella di Francesco, un ragazzo nato senza braccia né gambe, abbandonato alla nascita, oggi artista e imprenditore, che nel tempo libero si diletta anche con la musica. Una determinazione, una tenacia e una gioia che ispirano e non lasciano indifferenti. Come Alessia, non si è lasciato sconfiggere dalla sua storia, ma ha fatto della sua vita un vero capolavoro.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Il tema della sofferenza non è facile ma molto abusato. Credo che sia giusto parlarne, ma in un approccio di vero ascolto delle storie e sempre con un’ottica di rinascita. Credo che il lavoro del giornalista abbia il più bell’obiettivo che esista: far luce sui temi, ma anche essere un mezzo perché  le cose possano cambiare. Ecco, io credo che tutto parta da un vero atteggiamento di ascolto e corretta interpretazione.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Mi è capitato di incontrare storie così forti e difficili da sopportare, figuriamoci raccontare. La fortuna, però, è stata l’aver incontrato persone che di quella sofferenza ne hanno fatto poi la loro forza. La vera testimonianza della luce in fondo al tunnel.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Credo che si possa fare un lavoro molto più approfondito sul tema sociale. Ci soffermiamo troppo sul dramma e poco sulla soluzione da trovare o, a volte, già trovata. Ci sono tante realtà che si impegnano quotidianamente nel sociale e credo che sia giusto dare spazio anche a loro. Senza ovviamente togliere attenzione e rispetto alla sofferenza, ma credo ci si debba rimboccarsi le maniche più che piangersi addosso (parole di Francesco).

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

È un argomento delicato quello dell’intelligenza artificiale. Dove c’è un vantaggio c’è anche un danno dall’altra parte e viceversa. Credo che sia una grandissima opportunità, ma ancora siamo lontani da quella evoluzione. Credo, e spero, ci arriveremo presto.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Ho sempre sentito un grande senso di giustizia e di verità. Per me essere un buon giornalista è ricercare giustizia e verità sempre, anche a discapito del proprio tornaconto personale, anche a costo di riconoscere di aver sbagliato.
Credo anche che il giornalismo possa essere veramente mezzo non solo per cambiare e ispirare l’opinione pubblica, ma anche per portare avanti progetti utili ai più.

Intervista a Estefano Tamburrini

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Ho saputo del premio grazie alla segnalazione di una persona e poi, nell’approfondire, ho letto la storia di Alessandra Bisceglia. Tre gli elementi che mi hanno colpito della sua biografia, di un’intensità che compensa la brevità della sua età. Cent’anni vissuti in quasi trenta. Il primo elemento è la capacità di trasformare la fragilità in un punto di forza. Il secondo riguarda il rapporto armonico con il tempo, sebbene ne avesse poco a disposizione. Alessandra è riuscita a realizzare sé stessa nonostante gli ostacoli. Di qui il terzo, e non meno importante, che riguarda il valore sostanziale di una persona al di là dell’esteriorità. Potrei dire che sia stata la sua storia a farmi partecipare. Perché una vita così ci interpella laddove la narrazione dominante è tuttora rapita da un’estetica superficiale che spesso non corrisponde alla realtà sociale. Una realtà fatta di fragilità, vulnerabilità, senso del limite. C’è un pezzo di Bisceglia in ciascuno di noi, che tuttavia viene rimosso dalle maschere che indossiamo per apparire più forti.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Sì, se si parte dal presupposto che la fragilità dell’altro è specchio delle nostre vulnerabilità. Lo si può fare magari evitando una narrazione celebrativa del «bene» che si fa attraverso i progetti e iniziative di vario genere e ricordando che si tratta semplicemente di un atto di giustizia. Qualcuno diceva: «Non sia dato per carità ciò che è dovuto per giustizia». Poi, il giornalista che racconta il «sociale» restituisce alla comunità uno spaccato di umanità che talvolta essa perde nel cammino.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Ho proposto un articolo sull’Istituto Charitas di Modena dal quale mi ha colpito il desiderio di fare bene il bene. Il racconto corrisponde alla presentazione di due certificazioni (Iso 9001 e Uni 11010) tramite le quali l’ente residenziale, che accoglie centinaia di ospiti, ha deciso di munirsi di una formazione permanente per essere al servizio delle persone disabili e delle famiglie che vi fanno affidamento. Ciò che emerge, anche nel sommario della pubblicazione, è che non basta la buona volontà ma servono competenze. Ed è questo un modo per amare e rispettare la persona con cui si lavora.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Provo perplessità ogni volta che si parla di ricette, perché la conoscenza della realtà è sempre parziale. Tuttavia c’è uno stile che ci aiuta a raccontare la sofferenza: trattare la persona come soggetto, titolare di una dignità e partecipe a pieno titolo della comunità, anziché come oggetto di cura. Nulla di nuovo sotto il sole, ma è il principio della dignità che spesso salta.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo? Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Sì. E penso sia un problema di immaginario collettivo. Quando si parla di sofferenza sembra che spesso si parli di «altro da noi» e non su una condizione che costituisce l’esistenza umana. Siamo tutti fragili e ce ne accorgiamo nella malattia, nel dolore, nella caducità della vita stessa. Forse tardi, ma ce ne accorgiamo. Esistono però due limiti, e il giornalismo ha grandi responsabilità: il primo è la bulimia informativa del nostro tempo che concentra l’attenzione sulla cronaca, ignorando spesso il contesto. Ad esempio, il racconto che si fa dei quartieri periferici è spesso limitato alla cronaca nera mentre le buone pratiche non fanno notizia. Vedete solo il caso di Tor Bella Monaca a Roma, dove vi è tessuto associazionistico ricco che tutti i giorni cerca di costruire una comunità coesa. Tuttavia, di Tor Bella Monaca si parla quasi esclusivamente per altre ragioni. L’altro è il paradigma dei grandi numeri: spesso ci si ferma su un approccio quantitativo – statistico – sui malati e sui poveri senza tener conto, come dice Caritas Italiana, delle storie e dei volti che rendono più complessa la realtà.

6. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

È un rapporto mezzi-fini che va regolamentato. Il problema però siamo noi, non lo strumento. L’IA può facilmente adoperare una ricerca in tempi brevi e fare un lavoro di «segretaria» su molte cose. Tuttavia, se si impiega l’IA senza un’adeguata verifica delle fonti – e cioè del bacino di dati da cui lo strumento attinge si viene a mancare alla deontologia stessa. Tutti gli strumenti sono buoni, ma dipendono dall’uso umano che se ne fa. La calcolatrice, ad esempio, è utile a fare operazioni semplici e complessi. Se però l’umano smette di fare calcoli mentali si perde un patrimonio, come è in parte successo.

7. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Difficile, oggi, essere un buon giornalista: il precariato lavorativo è diventato anche esistenziale, impedendo di essere creativi e togliendo profondità all’osservazione e alla narrazione. Diciamo che un buon giornalista deve abitare le soglie e le feritoie della società. Far emergere ciò che spesso non si vede: e in questo caso parliamo sempre delle fragilità, che sono un grande rimosso nella società del neoliberismo e della competizione. Serve però essere liberi di farlo ed essere responsabile. C’è infine un altro elemento, già citato da Leonardo Sciascia, che è quello dell’immedesimazione. Per raccontare l’umano occorre non essere estranei alla vita, ma esserci dentro con tutte le sue ricadute.

Intervista a Cristina Da Rold

1. Come hai saputo del Premio e perché hai deciso di partecipare?

Sono a conoscenza del premio da qualche anno, credo di averlo saputo navigando in rete, o tramite social media. Ho inviato un mio lavoro perché mi sembra che l’impegno della vostra associazione sia in linea con il mio impegno personale come giornalista sanitaria nel cercare di fare buona informazione.

2. Un Premio Giornalistico può realmente sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche sociali?

Per dare una risposta seria bisognerebbe disegnare uno studio che misuri questo impatto 🙂 Non me ne sono mai occupata, quindi posso limitarmi a dire che le testimonianze, l’esempio sono forse la strada principale per diffondere buone pratiche. Questo mi sembra facciate con l’associazione, e non può che essere una goccia che va nella direzione giusta.

3. Qual è la storia che hai raccontato che ti ha segnato di più?

Ho curato a lungo una rubrica che si intitolava VitePazienti, che raccontava le storie di chi viveva la malattia propria o di un parente da vicino. Una storia estremamente dolorosa per me è stata quella di una madre che perse il figlio di 10 anni per una malattia mitocondriale. La voce di quella mamma era tutto nel mio racconto, e non sapevo come rendere l’atrocità che io sentivo. Ne sono uscita piangendo duramente e non so se sono riuscita a rendere ciò che volevo. È stata un’esperienza per me indimenticabile.

4. Esiste una ricetta per raccontare la sofferenza con oggettività?

Io nel mio piccolo cerco di raccontare il dolore che la persona ha piacere di condividere senza raccontare questo dolore in terza persona, come un romanzo, ma sempre in prima persona, usando il virgolettato, lasciando che la persona si legga, che non venga letta. Non so se ci riesco.

5. Hai mai incontrato barriere nel raccontare la sofferenza? Se sì, di che tipo?

Le uniche barriere che ho incontrato sono le mie: talvolta per motivi personali – periodi miei particolarmente difficili  per esempio in termini di malattie in famiglia – ho rinunciato a raccontare delle storie perché triggeravano troppo di me. Ma è capitato solo qualche volta, per il resto mi sono forzata, ho provato ad andare oltre me, e quelle volte ho scoperto quanto le storie, la condivisione, andare dentro il dolore che sembra inaffrontabile, sia alla fine una terapia.

6. Il giornalismo moderno dà un adeguato spazio alle tematiche sociali?

Dipende dal giornale, dal giornalista. Alcuni giornali – penso ad Avvenire in primis – lo fa benissimo, raccontando fenomeni, storie di gruppo, non solo le storie individuali, che riempiono molto di più i nostri media.

7. L’utilizzo della intelligenza artificiale nel giornalismo è un valore aggiunto o un rischio per la comunicazione sociale?

Dipende. Per noi semplici giornalisti può essere un aiuto nel maneggiare grandi quantità di dati, ad esempio, o per svolgere compiti lunghi e noiosi permettendoci di concentrarsi sul dialogo con le persone a cui vogliamo dare voce, o sul senso che secondo noi i dati hanno. È un rischio demandare tutto il copy e la pubblicità all’IA (ma questo già non è giornalismo). L’IA può aiutare a fare sintesi, a darci una prima bozza, ma non a interpretare. Il rischio non è insito nell’IA: lo creano coloro che pensano l’informazione e decidono quanto spazio dare a questi sistemi.

8. Che significa, secondo te, essere un buon giornalista?

Dare voce a chi non ce l’ha, per denunciare ingiustizie, abuso di privilegi e le conseguenze che ancora non vediamo di queste dinamiche sulla base della piramide.