Intervista a Valerio Lo Muzio

Valerio Lo Muzio, nato a Foggia il 15/09/1990, è un giornalista professionista e videomaker. È corrispondente dall’Emilia Romagna per l’edizione nazionale di Repubblica.it. Collabora con il programma Tagada, talkshow pomeridiano di La 7. Ha collaborato per I l Fatto Quotidiano, il Corriere della Sera (Youreporter e Reportime), Daily Mirror, Ticino online, il Resto del Carlino e Ruptly.tv.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

No, credo sia importante da giornalista trattare temi specifici e cercare di far emergere le storie di chi non ha voce.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

La comunicazione sociale in genere non trova tanto spazio sulle testate, se non per creare sensazionalismo, tuttavia ritengo che grazie alla sensibilità di molti colleghi e di alcune testate, queste tematiche oggi rispetto a prima stanno trovando sempre maggior spazio

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Nel lavoro presentato con la mia collega Elisa Toma, abbiamo scelto di lasciare le parole a chi vive sulla propria pelle ogni giorno una malattia come la sordità.

Le notizie devono essere sempre nuove?

Le notizie devono interessare chi le legge, non importa che siano fresche di giornata.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Non esistono editori puri, ma credo che i giornali siano dei loro lettori e dei giornalisti che ci lavorano. Queste due componenti, con la passione, la professionalità e le competenze fanno l’anima di un giornale. Quando facciamo il nostro lavoro dobbiamo sempre tenere a mente che non lo facciamo per noi, ma per i nostri lettori e che stiamo facendo un servizio pubblico, oltre che costituzionalmente garantito. Quando poi i giornali riusciranno a smarcarsi completamente da certe dinamiche legate agli introiti pubblicitari,  puntando maggiormente sulle inchieste riusciremo finalmente a rispondere alla sempre crescente richiesta di un giornalismo di qualità.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Non riesco a indicare un singolo giornalista, stimo e apprezzo più delle “grandi firme” ogni collega freelance, che ogni giorno come me, lotta contro la precarietà, facendo i salti mortali e spesso incastrando vari lavori, ma cercando ogni volta con professionalità e serietà di raccontare i fatti.

Intervista a Valentina Leone

Valentina Leone, classe 1989, nata a Maglie, in provincia di Lecce, da sei anni vive e lavora a Trento. Laureata in Scienze Politiche a Roma Tre, ha poi collaborato con diverse testate con sede nella Capitale, tra cui Libera Informazione e l’agenzia Adnkronos. Nel 2016, dopo un periodo di collaborazione, è stata assunta come praticante al Corriere dell’Alto Adige, dorso bolzanino del Corriere della Sera, dove si è occupata principalmente di cronaca nera e giudiziaria. Nel 2019 dopo l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti della Puglia nell’albo professionisti dal gennaio del 2019 – ha iniziato a collaborare da free-lance con alcune testate locali, tra le quali L’Adige e il Trentino, occupandosi di cronaca nera e cronaca politica. Parallelamente ha avviato collaborazioni con testate che si occupano di terzo settore, solidarietà e immigrazione, due temi che da sempre la appassionano. Dal 2019 collabora con Redattore Sociale e Open Migration. Attualmente è collaboratrice fissa per la sede Ansa di Trento, per la quale segue principalmente la cronaca giudiziaria.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Sottoporre un proprio lavoro ad una commissione di professionisti, specializzata, su un tema così specifico e anche relativo a una sfera molto delicata della società rappresenta sicuramente una sfida.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?
Purtroppo viene dedicato ancora troppo poco spazio, anche se le testate locali o di settore sono spesso virtuose da questo punto di vista.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?
Si scelgono, ed è forse la sfida più difficile quando si deve raccontare una storia.

Le notizie devono essere sempre nuove?
La “novità”, almeno per la comunicazione sociale, non è sempre essenziale. L’importante, secondo me, è portare a conoscenza dei lettori qualcosa che ci può essere già da tempo ma che magari non è ancora nota al grande pubblico.
Raccontare, ad esempio, realtà di nicchia già esistenti e consolidate o storie conosciute solo dagli addetti ai lavori.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?
L’informazione, in una fase come questa, deve necessariamente misurarsi con il tema del “saper stare sul mercato”. Ciò non toglie che la stampa è un presidio di fondamentale importanza e rende ancora un importante servizio alla società.
Non tutte le testate inseguono i click o antepongono il sensazionalismo ai fatti e alle notizie ed esistono ancora tanti esempi positivi.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Una persona umile, semplice, capace di scrivere ma soprattutto di ascoltare, una persona che continua a consumare le suole delle scarpe nonostante spesso i ritmi di questo mestiere suggeriscano il contrario.

Intervista a Jeniffer Guerra

Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia. Attualmente vive a Milano, dove ha conseguito la laurea triennale in Lettere e la magistrale in Editoria, Comunicazione e Moda. I suoi scritti sono apparsi su Soft Revolution Zine, Forbes e The Vision, dove dal 2018 lavora come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi, in uscita ogni mercoledì su Spotify, Google Podcasts e Apple Podcasts. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+.  Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico (in uscita ad aprile). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.

 

 Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Partecipare a un Premio Giornalistico è sempre una sfida perché implica mettersi in gioco e provare a testare la propria sensibilità con altre persone. Soprattutto quando si affronta questo tema è fondamentale creare un rapporto di equilibrio tra il giornalista, il lettore e il soggetto che è raccontato. Se all’equazione si aggiunge anche la giuria di un Premio, che deve valutare anche aspetti più tecnici, allora la sfida è ancora più interessante.

 La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Ho l’impressione che la comunicazione sociale abbia sì spazio nelle testate, ma spesso in modi inopportuni e, a volte, persino discriminatori. Nonostante l’attivismo delle persone con disabilità o con malattie rare, molto spesso il punto di vista è abilista: a parlare e a portare avanti la narrazione sono sempre persone sane e abili, senza lasciare spazio a chi è interessato a tali questioni in prima persona. L’altro problema, molto evidente, è che la comunicazione sociale va in due direzioni contrapposte: o se ne parla in molto pietista e drammatico, oppure per esaltare solo buone azioni e buoni sentimenti. Peccato che spesso il modo in cui vengono veicolate queste notizie vuole compiacere i sentimenti dei lettori e non fare vera informazione.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Le parole si scelgono perché ogni scelta di linguaggio ha un preciso significato politico e sociale. Esistono termini corretti e accettati dalla comunità disabile e delle malattie rare per parlare di questi temi in modo inclusivo e non discriminante, anche se spesso vengono ignorati o scartati perché si crede che il pubblico dei lettori non le possa capire. Ma finché non verranno usate dai media non entreranno mai nel vocabolario delle persone.

 Le notizie devono essere sempre nuove?

L’attualità della notizia è un principio cardine del giornalismo, anche se spesso degli avvenimenti del passato possono aiutarci a comprendere il presente, se opportunamente contestualizzati. Certo, non si devono far riemergere notizie vecchie solo per il gusto di fare lo “scoop”, ma spesso si devono prendere in considerazione anche fatti avvenuti in un altro tempo. Poi, se ben raccontata, ogni cosa diventa “notizia”, anche un libro o un film o un’opera di cinquant’anni fa.

 Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Le testate sono servizi pubblici, anche se non si può nascondere che devono basarsi sulla solidità commerciale per garantire dignità ai giornalisti e, di conseguenza, informazione di qualità ai lettori. Molto spesso si rimpiange un’idea “romantica” di giornalismo, ma anche in passato, quando la situazione dei lettori era molto diversa, gli editori dovevano stare attenti alla dimensione economica. Bisogna essere realisti.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Un buon giornalista è un professionista della comunicazione e della scrittura che ha come primo obiettivo il perseguimento della verità e della chiarezza. Da questo primo principio ne nascono necessariamente altri: la verifica delle fonti, la costruzione di un rapporto di fiducia e paritario nel lettore, l’obiettività, il servizio e – ne sono convinta – anche il saper scrivere bene. Come diceva Nanni Moretti nella Palombella Rossa, “Chi parla male pensa male e vive male”.

Intervista a Elvira Iadanza

Elvira Iadanza, nata a Benevento, ha vissuto fino ai 18 anni a Reino, nella provincia sannita. Laureata in lettere all’Università Sapienza di Roma, ha sempre sognato di diventare giornalista e per questo si iscrive alla Scuola di giornalismo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Proprio nella città di Partenope inizia a collaborare con testate locali, dal Corriere del Mezzogiorno, fino al Mattino, con cui collabora tutt’ora.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

È stata una sfida perché non è facile affrontare tematiche così delicate e soprattutto trovare il giusto linguaggio per parlarne. È stata una sfida anche emotiva: la storia che abbiamo raccontato parla di persone sole, che hanno trovato un equilibrio attraverso la vita insieme. Inoltre è stato difficile anche trovare un riscontro nelle istituzioni, che spesso non danno la dovuta rilevanza al problema.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Non quanto dovrebbe. Spesso si raccontano i casi eclatanti, ma la vita “normale” delle persone con disabilità solitamente non rientra fra le prime pagine dei giornali. Sull’inclusione sociale bisognerebbe lavorare di più. Ma non mancano iniziative come questa che mettono al centro del loro progetto le problematiche della disabilità e dell’inclusione sociale.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Le parole vanno sempre scelte da chi scrive, sia in un articolo cartaceo che in una registrazione sonora. Bisogna trovare un equilibrio: non compatire, ma raccontare. È questo che rende più giusta la narrazione e soprattutto che racconta la verità della vita di chi con molte difficoltà cerca di portare avanti una battaglia.

Le notizie devono essere sempre nuove?

Non per forza. Si può raccontare l’inizio di un’esperienza, ma anche aggiornare su ciò che è iniziato un po’ di tempo fa. Lo scopo, ad esempio, può anche essere quello di sensibilizzare o di sposare una causa.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Non mi sento di abbracciare nessuna delle due definizioni. Si cerca di mediare fra l’attualità, l’informazione e anche le entrate. In un settore sempre più in crisi come quello editoriale, però, forse si dovrebbe ritornare alla qualità delle notizie. E qualità significa parlare a tutti e delle problematiche di tutti. Nessuno deve sentirsi escluso.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Il buon giornalista è chi cerca di raccontare la realtà da un punto di vista inedito. In un mondo in cui l’informazione viaggia velocemente, c’è bisogno di un passo in più. Deve entrare nei fatti, non limitarsi a guardarli a distanza. È un buon giornalista chi fa il suo lavoro senza offendere, chi controlla le fonti e ne trova delle sue. È un buon giornalista chi rispetta le regole deontologiche. Chi si batte per un’ideale di verità. Chi non fa sconti a nessuno. Chi non ha paura. Chi è sensibile a ciò che lo circonda. Un buon giornalista nota i particolari, ma non se ne lascia ammaliare. È un buon giornalista chi scrive ciò che è importante far sapere.

 

Intervista a Francesco Gucci

Francesco Gucci nato a Gioia del Colle vive a Matera da tutta la vita. Laureato a Bari in Lettere e poi in  Scienze dell’Informazione Editoriale. Da sempre sogna di diventare giornalista e si avvicina al settore tramite diversi giornali online. Grande appassionato di sport, videogames, fumetti e informatica, decide dopo qualche anno di frequentare una scuola di giornalismo, quella dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, per poter finalmente accedere all’esame per diventare professionista. Collabora intanto con diverse testate online e cartacee.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Indubbiamente sì, c’è, purtroppo, poca attenzione mediatica verso le esperienze come quella della quale ci siamo occupati per il premio e non è stato così facile trovare informazioni e contatti. Poi, essendo sommersi di lavoro con la Scuola, non è stato semplice nemmeno ritagliarsi tutto il tempo necessario che un lavoro come questo necessitava.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Non quanto dovrebbe. Nel nostro piccolo proviamo a ritagliare il più possibile dello spazio per il tema dell’inclusione sociale e del riscatto delle persone affette da disabilità, molti di noi sono vicini alla tematica per motivi personali, di conseguenza, probabilmente, siamo più sensibili di altri alla questione.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Come diceva Nanni Moretti, le parole sono importanti. La differenza semantica tra parole può essere sottile ma il loro risultato può essere diametralmente opposto. Trovare il giusto mezzo è una sfida complicata, bisogna stare attenti a non usare parole che possano sembrare discriminatorie ma sarebbe quasi peggio scadere nel pietismo. Inoltre, ogni situazione ha delle contingenze specifiche per le quali è meglio scegliere una parola piuttosto che un’altra, non esistono parole già scelte, sta a noi scegliere ogni volta quelle giuste. In ogni caso, un giornalista che si possa considerare tale dovrebbe seguire sempre il faro dei “fatti”. Attenendosi strettamente alla descrizione di questi ultimi è più facile non perdere la bussola.

Le notizie devono essere sempre nuove?

Non necessariamente. Portare una notizia in senso stretto è utile e necessario per svolgere al meglio il mestiere, ma per temi come questo non è tutto. Lo scopo, in certi casi, deve essere sensibilizzare verso un tema poco conosciuto o verso il quale molti preferiscono girarsi dall’altro lato. Uno di questi è quello centrale del nostro video, la malattia mentale. Le patologie psichiatriche sono proprio il simbolo di ciò che si preferisce nascondere sotto il tappeto. Il nostro compito è sdoganare ‘la vergogna’ e dare alla gente la giusta prospettiva da cui guardare alle disabilità.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Anche qui non esiste bianco o nero, tutte le tastate nascono idealmente come servizio pubblico. Purtroppo, tutti devono fare i conti con le entrate. Io credo ancora fermamente nel giornalismo come informazione pura, anche se è inevitabile, in un momento storico come il nostro, il proliferare di non notizie commerciali, o peggio, di notizie false.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Il buon giornalista oggi è colui che rispetta le più basilari regole del mestiere, in primis la verifica delle fonti. Come detto, è facile farsi prendere dalla foga di essere tempestivi e rilanciare contenuti non verificati. La tempestività, però, è spesso sorella dell’approssimazione. Verificare le fonti è la base da cui partire, il resto lo fa la conoscenza. Il giornalista, per antonomasia, è un tuttologo, qualcuno che deve dimenarsi in ogni argomento senza scrivere o dire castronerie. Di conseguenza fare il giornalista significa studiare in maniera perpetua, il buon giornalista è quello che sa un po’ di tutto, ma è anche quello che quando non sa si ferma, si informa e poi informa.

Intervista a Gloria Giavaldi

Gloria Giavaldi, classe 1993. Dopo il diploma al liceo classico, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. Prosegue gli studi, ma inciampa nella passione per la scrittura. Da sempre interessata al sociale, crede nel giornalismo capace di produrre risultati concreti. Racconta storie e raccoglie pezzi di vite coraggiose. Pubblicista appassionata, attualmente collabora con la testata online “Crem@online” e svolge attività di comunicazione e ufficio stampa per alcune associazioni operanti nel settore della disabilità. Ama raccontare buone notizie e descrivere la diversità con spirito di verità, convinta che il cambiamento culturale tanto richiesto passi necessariamente dalle parole. Quelle grazie alle quali rinasce ogni giorno, cucendosi addosso il coraggio e la speranza degli eroi del quotidiano.

 

 Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

 Raccontare storie di vite coraggiose per me è una sfida quotidiana. Il Premio Giornalistico “Alessandra Bisceglia” è una grande opportunità per aiutare il mondo a cambiare prospettiva in tema di diversità e a valorizzare le persone.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Sì, ma non abbastanza e con poca consapevolezza. Personalmente mi dedico solo a questo prezioso settore, e, nonostante questo, non mi stanco mai. Perché ogni storia è a sé ed ogni vita ha qualcosa da insegnare.  Mi auguro che questa attenzione nei riguardi della tematica possa contagiare sempre più colleghi, convinta che il cambiamento culturale tanto richiesto in tema di diversità passi necessariamente dalle parole.

 Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

 Le parole hanno un peso. Per fare comunicazione sociale non basta saper “fare notizia”, bisogna usare empatia e aver cura dei termini impiegati. Cerco sempre di raccontare la diversità con spirito di verità, evitando, tanto il pietismo, quanto “l’abilismo”. Lo faccio profondamente convinta come sono che si potrà avere una piena integrazione sociale solo quando ciascuno di noi smetterà di avere paura delle parole. Perché risiede molta più ignoranza in un atteggiamento pietistico o negazionista, che nella volontà di descrivere la realtà per ciò che è. La diversità va difesa strenuamente e spiegata, chiamandola con il suo nome, per generare ed alimentare cultura, per raccontare e celebrare talenti diversi da quelli che le convenzioni ci suggeriscono.

 Le notizie devono essere sempre nuove?

 Non necessariamente. Anche una notizia “vecchia” può fornire nuovi spunti. Le storie di vita dense di coraggio e di forza non passano mai di moda.

 Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Le testate offrono un servizio pubblico fondamentale, contribuiscono alla diffusione della cultura e sono protagoniste della costruzione di una consapevolezza che, soprattutto nel settore della comunicazione sociale, ancora manca.

 Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Un buon giornalista è colui che non si stanca mai di imparare e concepisce qualsiasi intervista come possibilità di arricchimento professionale ed umano. Non può bastare un eccellente stile di scrittura a rendere giustizia a storie di vita così ricche. Penso sia necessario anche calarsi nel dialogo, senza perdere l’obiettività, ed evitare il sensazionalismo. Lo stabiliscono le carte deontologiche in materia, ma, prima ancora, lo impone la coscienza.

Intervista a Facchini Giuseppe

Giuseppe Facchini è un giornalista professionista freelance. Corrispondente da Bologna per Fanpage.it e RiciclaTv, collabora con il Corriere della Sera-Bologna e AlaNews ed è direttore responsabile di Teatro Magazine. In passato ha diretto Parmanews24 ed ha collaborato con la Gazzetta di Parma, La7, ParmaSera, Pubblico, Fps Media, Radio Città Fujiko, l’altra Molfetta. Autore del libro “Elvio Ubaldi, la politica nel destino” (2014 Parma, Ed. Battei), è anche vincitore nel 2015 del “Premio Marco Nozza, giornalismo investigativo e d’informazione critica”.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Sì, è una sfida personale ma anche importante per tutto il giornalismo che così può confrontarsi sul modo di comunicare temi di questo genere.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Io credo di sì. Chiaramente ci sono testate che dedicato più spazio di altre a certe tematiche, ma in generale mi pare che la comunicazione sociale riesca a ritagliarsi un buon posizionamento sulla stampa, in tv o sul web.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Le parole in temi come questo si scelgono perché è importante usare quelle corrette quando si affrontano argomenti di cui non tutti sono esattamente a conoscenza.

Le notizie devono essere sempre nuove?

In linea generale decisamente sì, ma quando si parla di certi temi forse non devono essere necessariamente nuove: ogni storia è a sé.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Sono un romantico del giornalismo e continuo a pensare che il nostro sia un servizio di pubblica utilità, anche se chiaramente le logiche del mercato stanno cambiando tante cose.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Devo fare un nome? Spero di no. Dirò che un buon giornalista è quello che rispetta le regole basi della professione (etiche e di scrittura/montaggio) e che riesce ancora a stupirsi.

Intervista a Ilaria Del Prete

Ilaria Del Prete, cresciuta con la passione per le parole, ha frequentato la Scuola di Giornalismo Luiss “Massimo Baldini”. Giornalista porfessionista dal 2012, nel 2011 comincia la sua collaborazione esterna con Leggo. Nel 2013 approda in redazione. Si occupa del sito web, che vuol dire molte cose. Scrive, come tutti i giornalisti. Studia tecniche SEO. Partecipa al coordinamento della squadra. Ha ideato una rubrica dedicata ai personaggi più interessanti di Instagram, InstaStar. Si affaccia talvolta allo schermo dagli studi di LeggoTv. Vive e lavora a Roma, ma sogna di ritornare nella sua città: Napoli.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Partecipare a un Premio Giornalistico è sempre una sfida, innanzitutto con se stessi. Ho accettato quella del Premio Alessandra Bisceglia perché fermamente convinta dell’importanza del ruolo dei media nel promuovere la conoscenza delle malattie rare, denunciare situazioni di inefficienza e incentivare buone pratiche di integrazione. È perseguendo tali obiettivi che ho deciso di raccontare la storia di Erica, affetta da TMAU.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

È innegabile che non tutte le testate giornalistiche dimostrino la stessa sensibilità nei confronti della Comunicazione Sociale. Talvolta a trovare spazio sono il sensazionalismo e i casi emergenziali. D’altra parte, sono tante le testate  – non solo di settore – che fanno del loro meglio per fornire una precisa e puntuale informazione anche a seconda dei target di riferimento.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Le parole vengono dalla realtà che si racconta. Nel mestiere del giornalista, la scelta di un lessico adeguato a quella determinata realtà è fondamentale.

 Le notizie devono essere sempre nuove?

 Determinate realtà possono, e talvolta devono, essere ripresentate e aggiornate secondo sensibilità e punti di vista differenti.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

I giornali sono prodotti di aziende editoriali, che come tutte le altre aziende non possono prescindere dal profitto. Ma questo non significa che i giornali, e soprattutto i giornalisti, debbano dimenticare la loro missione principale: informare.

 Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

 Chi osserva con attenzione la realtà che lo circonda e riesce a raccontarla con precisione, puntualità e passione. Chi riesce a guidare il lettore attraverso il gran numero di informazioni e input provenienti anche dalle sempre più numerose piattaforme multimediali.

Intervista a Sara Del Dot

Sara Del Dot nasce a Trento il 9 settembre 1991. Si diploma al liceo classico e si sposta a Bologna, dove consegue la laurea triennale in Lettere moderne e successivamente la magistrale in Scienze della comunicazione pubblica e d’impresa. Nel 2016 vince il premio Roberto Morrione per il giornalismo d’inchiesta con un lavoro sull’emergenza abitativa di Bologna. A Milano frequenta il master in Giornalismo presso la Scuola Walter Tobagi, grazie al quale ha occasione di effettuare esperienze lavorative in redazioni come Class Life e News Mediaset. Iscritta all’albo dei professionisti dall’estate del 2019, attualmente lavora per Ohga, testata online di Ciaopeople editore, in cui si occupa del settore relativo all’ambiente e alla sostenibilità e della parte editoriale della produzione video. La realizzazione del video “Terapia dei viaggiatori” è stata possibile grazie a Gianluca Fabbricino (riprese e montaggio) e Aniello Ferrone (supervisione video).

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

Ogni servizio e articolo su temi delicati come la salute e l’inclusione sociale è sempre in qualche modo una sfida, perché ogni persona che decide di contribuire con la propria voce è diversa e ogni domanda deve essere fatta con il rispetto che la storia che ti stanno regalando merita. Inoltre è una sfida anche riuscire a rappresentare ciò che si è visto nel modo migliore, tale da rendere giustizia alla realtà.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Sì, ma a volte bisogna cercarla. Dovrebbe essere più incentivata perché, oltre a diffondere spesso storie di speranza e modelli virtuosi replicabili in altri luoghi, rappresenta un vero e proprio servizio per coloro che potrebbero avere bisogno di una narrazione alternativa.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Le parole che abbiamo scelto ce le hanno donate i nostri intervistati. Noi abbiamo dovuto solo metterle in ordine.

Le notizie devono essere sempre nuove?

Non per forza. Può cambiare il modo di raccontarle.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?

Probabilmente entrambi.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Ho sempre pensato (e ne sono convinta tuttora) che il buon giornalista sia una persona in grado di dare una voce a chi altrimenti non riuscirebbe a essere ascoltato.

Intervista a Cristina Da Rold

Cristina Da Rold, giornalista freelance e consulente nell’ambito della comunicazione digitale. Si occupo di giornalismo sanitario data-driven principalmente su Il Sole 24 Ore, L’Espresso e Oggiscienza. Lavora per la maggior parte su temi legati all’ epidemiologia, con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 è consulente per la comunicazione social media per l’Ufficio italiano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Collabora con alcune riviste mediche più specialistiche per Il Pensiero Scientifico Editore, con cui ha pubblicato nel 2015 il mio libro “Sotto controllo. La salute ai tempi dell’e-health”. Nel 2019 ha messo a punto HealthCom Program, il primo corso in Italia, in 10 webinar sulla comunicazione sanitaria sui social media.

 

Partecipare a un Premio Giornalistico di un tema così specifico è stata una sfida?

No, mi occupo da anni di malattie rare.

La Comunicazione Sociale: è un tema che trova spazio sulle testate?

Molto poco, specie con approfondimenti, in relazione alla marea di articoli brevi, spesso tratti da comunicati stampa e non studiati/elaborati, privilegiando la velocità.

Le parole, in un tema come quello del PGAB, si scelgono o sono già scelte?

Domanda difficile e bellissima. Non me l’ero mai posta 🙂 Sicuramente ci sono parole già scelte, con cura, da chi vive da vicino una malattia, ed è nostro compito rispettare il grande lavoro lessicale e semantico delle persone interessate. Rimane il fatto che la bellezza della narrazione è che a seconda di chi sono gli interlocutori emergono aspetti nuovi, nuove connessioni… con la mia rubrica Vite Pazienti accade spesso questo, proprio perché privilegio il dialogo, la chiacchierata e non ho mai domande precise, ogni volta si “improvvisa” e mi lascio guidare.

Le notizie devono essere sempre nuove?

Non credo. L’importante è che ci sia la notizia, cioè un nocciolo, qualcosa di urgente da comunicare. A me personalmente non interessa dire sempre qualcosa di nuovo, ma magari dirlo in modo nuovo. Credo siano pochi, rari, i casi di argomenti in cui possiamo prenderci il lusso di pensare che non ci serva ripetere le cose… Io lavoro così: c’è ancora da migliorare/capire meglio/agire su un certo fronte (per es nei diritti del malato)? Se sì, allora dobbiamo continuare a scriverne/parlarne. Magari, appunto, in modo più accattivante, più vicino al lettore, se finora non siamo stati efficaci.

Le testate, oggi, secondo te sono prodotti commerciali o servizi pubblici?
Dipende dalle testate, non si può generalizzare. Ci sono realtà che fanno un buon servizio pubblico, altre che privilegiano il clic. È chiaro che debbano sapersi tenere in piedi da sole, con un buon modello di business, ma l’informazione deve essere un servizio pubblico rivolto a chi ha meno strumenti per comprendere e scegliere, e non altro.

Chi è oggi, secondo te, un buon giornalista?

Qualcuno che studia molto di più di quanto scriva. Sento molti che alla domanda “perché vuoi fare il/la giornalista?” rispondono “mi piace scrivere”, “voglio viaggiare”, “voglio conoscere persone”. Tutto giusto, ci mancherebbe, ma io penso che il giornalista che poi si rivela davvero bravo non è quello che scrive meglio degli altri, ma quello che ha un tema, un argomento che gli brucia dentro, qualcosa che lo fa arrabbiare moltissimo e che lo spinge con il suo lavoro a
raccontare cosa non funziona, a migliorare. Per me, per esempio (ok, non me l’avete chiesto, ma ormai…) è la rabbia rispetto a chi rimane indietro perché nasce più sfortunato, o perché capita qualcosa, come una malattia, e non può beneficiare dello stesso trattamento di altri più fortunati, che magari non muovono un dito per lui.